Tega Brain, Deep Swamp, 2018/2021, courtesy dellâartista. Foto dellâinstallazione nella mostra Ti con zero, Tre stazioni per Arte-Scienza, Roma, Palazzo delle Esposizioni, 12 ottobre 2021 - 27 febbraio 2022. Photo M3S Š 2021 Azienda Speciale Palaexpo
Febbraio è il mese della Giornata Internazionale delle Donne e Ragazze nella Scienza. Saranno anche le ultime settimane della mostra âTre stazioni per Arte-Scienzaâ, il progetto che ha aperto le porte a ottobre al Palazzo delle Esposizioni di Roma â visitabile fino al 28 febbraio 2022 â che ha soffiato via questi mesi tra performance musicali, chiacchierate con Premi Nobel (Giorgio Parisi) e serate dedicate al cinema trascendentale.
Tre mostre, dunque: âLa scienza di Romaâ, âIncertezzaâ e âTi con zeroâ. Il paragone iniziale arriva da un crescendo. Al primo livello del palazzo, infatti, sono raccontati gli episodi clou della scienza nella cittĂ eterna: da Galileo Galilei ai fisici di Via Panisperna. Ma è scendendo al piano terra che ci rendiamo conto che qualcosa è cambiato. Non solo per il fatto che tante donne, ora, partecipano a questo convivio ma perchĂŠ sono artiste, ingegnere o entrambe le cose. Lavorano insieme, consapevoli che lâestetico non può privarsi del pratico, o viceversa. Che altro è, il titolo della mostra, se non unâimmagine che, allâimprovviso, âappareâ e ci chiede dunque di arrestarci, qualunque sia il nostro moto?
âTi con zeroâ, per Calvino, era infatti il tempo âprimaâ, quello che precede qualsiasi rielaborazione cognitiva. E giustamente, artisti e ingegneri si mettono al lavoro, consapevoli di non poter smettere di guardare. Immaginando di vedere questa mostra tra centâanni, forse lo spettatore del futuro ci ritroverĂ una specie di giurassico del rapporto tra arte e scienza, un brodo primordiale, che però non tradisce tutto il suo impegno. Câè Jenna Sutela, per esempio, che lavora con un microorganismo di nome Physarum polycephalum: lâartista ha costruito un labirinto e il batterio deve trovare il percorso piĂš breve per il suo obiettivo. Da lontano, la scultura ammicca a un ricamo, qualcosa che associamo, senza pensare, a unâidea di gradevolezza; il secondo dopo, dobbiamo anche considerare che è un âbelloâ che arriva dalla pura applicazione della scienza. Il visitatore può acquistarne un formato pocket e ricreare, a casa, la sua mussolina 3.0.
Tega Brain è artista, ingegnere ambientale e docente di Integrated Digital Media alla New York University. Al Palazzo delle Esposizioni presenta Deep Swamp, tre piccole paludi programmate per altrettanti obiettivi: una deve vivere come se fosse nel suo ambiente naturale, lâarte vorrebbe creare unâopera dâarte, lâultima è in cerca di attenzione. Un deep learning che guarda altrove: è la stessa illuminazione che, agli inizi dellâ800, aveva avuto Ada Lovelace quando si misurò per prima con lâintelligenza artificiale. La giovane studiosa capĂŹ che lâalgoritmo poteva essere imbastito di humanities o di umanitĂ ed è stato lâinizio di una lunga storia che porta fino a Tega Brain. Artisti e tecnici stanno quindi provando, tentando di bilanciare le forze per trarne una sintesi di apparati e di visione.
Per capire quanto la scienza può essere âincertaâ, partiamo dallâopera piĂš antica della mostra, lâincisione âMelancholia Iâ (1514) di Albrecht DĂźrer. Il coprotagonista della scena, insieme allâangelo, è il dodecaedro sulla destra. Questo solido deriva dal cubo, forma che i matematici consideravano perfettamente intellegibile. Non a caso, sul tavolo del matematico Luca Pacioli al Museo di Capodimonte, câè un dodecaedro in legno che è sereno, nel suo essere regolare.
Questa visione euclidea delle scienze, non è però di casa nellâincisione di DĂźrer: la parte, per lâartista tedesco, non è sarĂ mai il tutto. E quindi, anche il suo gigante solido mancherĂ della chiarezza rassicurante di un cubo. Ma non possiamo non notarlo, è gigante, vicino allâangelo. Allo stesso modo, funziona la libera interpretazione che di questâopera fa Carsten Nicolai, anti, datata 2004.
La chiarezza negata, qui, è di visione: se si osserva la scultura da lontano, si perde metĂ dellâesperienza, perchĂŠ contiene un dispositivo sonoro che si attiva solo con il tatto. Ma da vicino ci sovrasta: entriamo a tu per tu con il rumore che noi stessi attiviamo. Da un senso allâaltro, incerti â ancora â se continuare a premere la mano, o allontanarci lontano.
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