Alighiero Boetti, Ghise (Boetti), 1968. Cast Iron, 41 x 421_2 x 9 in. (104.1 × 108 x 22.9 cm) Courtesy of Magazzino Italian Art. Photo by Marco Anelli
Tutto pronto per Tutto Boetti 1966 -1993, la grande mostra che Magazzino Italian Art dedica ad Alighiero Boetti con un titolo che richiama l’idea di una presentazione ampia della ricerca dell’artista, lungo quasi tre decenni di attività, e che allude allude esplicitamente alla celebre serie dei Tutto, grandi composizioni tessili realizzate a partire dagli anni Ottanta e che accostano una fitta trama di immagini e segni.
Con una selezione di circa 30 opere, la mostra prende avvio da uno dei nuclei fondanti della collezione di Magazzino Italian Art, ovvero una selezione straordinaria di opere del primo Boetti, datate al 1966, molte delle quali furono presentate nella storica prima mostra personale dell’artista presso la Galleria Christian Stein di Torino nel 1967. Questo gruppo di opere – a proposito del quale Nancy Olnick e Giorgio Spanu, cofondatori di Magazzino, affermano che «riunito grazie all’importante rapporto che abbiamo maturato nel corso degli anni con la Galleria Stein, permette oggi una piena valutazione critica di un momento fondativo nella carriera dell’artista e nella storia del movimento dell’Arte Povera. Siamo inoltre molto lieti della collaborazione con la Fondazione Alighiero e Boetti e tutti quanti hanno reso possibili prestiti di grande rilievo, contribuendo in modo significativo alla completezza del progetto espositivo» – offre un accesso privilegiato alle preoccupazioni concettuali ed estetiche che animano la ricerca dell’artista agli inizi della carriera di Boetti: strutture essenziali, materiali industriali e oggetti tratti dalla quotidianità sono infatti gli strumenti con cui l’artista mette in discussione categorie consolidate come misura, funzione, autorialità e rappresentazione, rivelando la valenza concettuale di strumenti tecnici e forme d’uso comune.
Insieme a Triplo metro, Asta di misurazione, Mancorrente a squadra, Pannello luminoso e Clino saranno esposte anche due grandi opere che sottolineano la dimensione scultorea della ricerca di Boetti negli anni della sua formazione. Pavimento luminoso (1966), struttura lignea dipinta con un sistema di illuminazione nascosto al suo interno, e disposta a terra come una piattaforma, mette in discussione i confini tra oggetto, architettura e scultura, materializzando la luce all’interno di una forma geometrica essenziale. L’opera dialoga con il contesto culturale della Torino degli anni Sessanta, richiamando i pavimenti illuminati del Piper Club, luogo centrale della scena artistica e sperimentale frequentata dagli artisti dell’Arte Povera. Accanto a questa, Mazzo di tubi (1966) introduce un diverso tipo di intervento sulla materia industriale. L’opera è composta da sedici tubi in PVC assemblati verticalmente fino a evocare la forma ieratica di una colonna. Grazie alla riorganizzazione di elementi prefabbricati, Boetti ridefinisce la funzione e la percezione di oggetti solitamente nascosti negli spazi tecnici di un edificio. Questo gesto trasforma la composizione in una struttura spaziale autonoma, spostando l’attenzione dal fare manuale alla scelta, all’assemblaggio e alla ridefinizione del significato.
Con l’obiettivo di mettere in luce la straordinaria coerenza di un artista che ha costruito la propria pratica attorno all’idea di sistema, di collaborazione e di apertura al mondo, e il ruolo fondamentale che ha giocato nel definire molti dei temi al centro dell’Arte Povera, la presenza di opere di questo calibro lascia emergere alcuni temi centrali del lavoro di Boetti – l’interesse per i sistemi e le classificazioni, la tensione tra ordine e variazione, e la possibilità di generare significato attraverso regole semplici e processi strutturati, per esempio – e testimonia il clima sperimentale della Torino della seconda metà degli anni Sessanta e il dialogo di Boetti con il nascente movimento dell’Arte Povera, le cui linee di indagine egli contribuì a definire.
Nel percorso espositivo trovano posto anche una serie di opere rappresentative del lavoro di Boetti negli anni romani, quando la sua ricerca si espande in molteplici direzioni, insistendo sempre più sui temi della dualità, dell’autorialità e della delega dell’esecuzione. Esemplare è Da mille a mille (1975), opera composta da undici fogli di carta millimetrata in cui gli assistenti dell’artista erano liberi di combinare i quadratini da colorare secondo scelte autonome che mette in discussione il tradizionale statuto dell’autore come espressione di una volontà singola, trasformando l’opera in un campo aperto in cui il risultato finale emerge dall’interazione tra regola e libertà.
In questa sezione si inserisce anche una Mappa del 1983, esempio della serie che Boetti iniziò dopo il primo viaggio in Afghanistan dove rimase così colpito dall’arte tessile delle donne afghane, che scelse di avviare proprio con loro una collaborazione destinata a durare negli anni, affidando la realizzazione di queste opere ricamate alla loro straordinaria perizia tecnica. Proprio le Mappe combinano un altissimo livello di manualità con un intervento minimo da parte dell’artista: la composizione deriva infatti da forme e sistemi già esistenti – i contorni geografici dei paesi e le bandiere nazionali – tradotti in tessuto dall’abilità artigianale delle artefici. E così anche nella serie Tutto unisce rigore concettuale e apertura al contributo altrui, trasformando una struttura apparentemente oggettiva come la carta geografica in un’immagine in continuo mutamento.
«Questa mostra nasce dall’impegno di Magazzino ad approfondire in modo sempre più puntuale lo studio della nostra collezione. Stiamo preparando visite guidate e laboratori didattici per le scuole che accompagneranno questo progetto, ampliandone la portata sul piano educativo. Attendiamo inoltre con particolare interesse la pubblicazione del catalogo, che ci consentirà di consolidare e diffondere ulteriormente questo percorso di studio», spiega il Direttore Nicola Lucchi, confermando che Tutto Boetti 1966–1993 intende restituire un’immagine articolata della ricerca di Alighiero Boetti, seguendone lo sviluppo dalle prime sperimentazioni torinesi degli anni Sessanta fino ai grandi lavori della maturità.
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