Niki de Saint Phalle, MUDEC Milano ph. Carlotta Coppo
Chi è davvero arrabbiato? Chi sono le streghe, i giganti, i mostri e le spose cadavere? Cosa vuol dire sognare in grande? Niki de Saint Phalle, a cura di Lucia Pesapane, attraversa la storia e la carriera artistica di una pittrice, scultrice, autrice di film sperimentali e performer che ha portato al centro della propria pratica l’arte gioiosa, inclusiva, che andava oltre visioni egemoniche e che parlava di libertà, di diritti e di ingiustizia. «Ero una giovane donna arrabbiata», si apre così la mostra su Niki de Saint Phalle, una retrospettiva sull’artista, che con 110 opere, suddivise in otto sezioni tematiche, ripercorre la carriera della donna e artista, come lei amava definirsi.
La personale diventa un percorso espositivo che parla di lotte, battaglie politiche che si riversano nel globale. Narra di storie di donne, nel ruolo di sposa, di moglie e di madre. Racconta le streghe, le prostitute e le dee in cui la società patriarcale le relega. Affronta storie sui corpi, dei corpi neri, dei corpi rotondi, giocosi, potenti e sessuali. Diventa un percorso della cura, dell’esoterismo e della malattia, portando in mostra battaglie politiche che oltrepassano lo stigma e difendono pubblicamente i malati di AIDS, la cultura nera e il corpo femminile. Non poteva essere una mostra su Niki de Saint Phalle se non fosse stata piena di mostri, giganti e draghi, un tentativo artistico di esercitare e plasmare le proprie paure, le sue ossessioni e i suoi tormenti. I mostri diventano mostri del Camouflage, del polimorfismo corporeo, dove l’insieme mostruoso crea altri corpi, altri soggetti, veicolando e restituendo la rabbia, i soprusi e le discriminazioni.
«Come la maggior parte dei giovani di buona famiglia, sono stata cresciuta per il mercato del matrimonio. Matrimonio, matrimonio, matrimonio era il leitmotiv. Tutte le ragazze della mia generazione venivano educate a sposarsi, e a sposarsi giovani». Ecco La sposa a cavallo, una delle sue spose cadaveri senza volto, un’opera in bronzo che racconta l’alienazione della donna a mera sposa. Le spose, o meglio le mariées, diventano mostri deformi, spesso inquietanti, con corpi e lineamenti distorti. Esse risultano assemblate, inglobate e stratificate dalla materia stessa che li compone, trasformandole in soggetto-oggetto e rappresentandole come pura merce.
«Io mi identifico con tutti quelli che sono emarginati, che sono stati perseguitati in un modo o nell’altro dalla società». Appaiono i corpi neri, simboli del Black Power, della donna al potere, della donna amplificata, come diceva lei. Percorrendo gli spazi e le diverse sezioni si evince la sua ossessione, il legame con la forza, con il fuoco, con le armi da fuoco e con le streghe. Le streghe bruciate, le streghe derise vengono raccontate in opere bestiali, totem, mostri che danno forza, che non hanno paura ma la generano, la controllano e la ribaltano. Le sue opere scultoree, oltre agli innumerevoli dipinti, disegni, video e performance, mostrano un mondo matriarcale, sottolineano il fallimento del comunismo e del capitalismo, esaltano la forza celata e disposta di tutti quei soggetti alienati e condotti ai margini della società. Raccontano di un mondo in cui «Tutte le carezze sono permesse», un mondo, dove la creatività, la libertà di essere sé stessi e non incasellati diventa centrale.
Da questa idea nasce Il giardino dei tarocchi, un parco di 22 sculture monumentali ispirate ai tarocchi, alle streghe, ai paesaggi esoterici. Il giardino diventa la cattedrale di Niki de Saint Phalle, il suo parco Güell, una città popolata da giganti gentili che proclamano a gran voce che anche le donne sanno sognare in grande.La mostra Niki de Saint Phalle è un viaggio alla scoperta dell’artista, dai toni troppo spesso didascalici, che raccoglie un mondo altro, libero e curvo. Palesa l’atto sovversivo, le azioni che hanno sfidato gli stereotipi di genere, culturali e identitari nell’arte di Niki de Saint Phalle.
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