Fondation Vasarely, 2025. © Fabrice Lepeltier
Che cosa resta, oggi, dell’opera di un’artista quando il suo lavoro è stato a lungo letto attraverso quello di un altro? La retrospettiva Una vita nel colore, dedicata a Claire Vasarely e curata da Valérie Da Costa presso la Fondation Vasarely, restituisce valore e autonomia alla sua figura, sottraendola finalmente a una lettura derivativa legata alla carriera del marito e riportando al centro la sua pratica artistica originale, creativa e pienamente inscrivibile nella storia del modernismo europeo.
Attiva tra la fine degli anni Venti e la fine degli anni Cinquanta, Claire Vasarely – nata Klára Spinner a Budapest nel 1909 – sviluppa un percorso coerente e articolato che attraversa arti grafiche, pittura, disegno di moda, progettazione tessile e arazzo, muovendosi tra Budapest e Parigi e operando all’interno di contesti culturali segnati dal modernismo europeo, dal modello bauhausiano e da una concezione dell’arte come campo di applicazione e sperimentazione formale. La sua formazione al Műhely, scuola fondata da Sándor Bortnyik sul modello del Bauhaus di Weimar, è determinante non solo sul piano tecnico, ma soprattutto per l’idea di un linguaggio visivo strutturato, modulare, aperto alla serialità e alla trasposizione su supporti diversi.
Il percorso espositivo ricostruisce in sezioni cronologiche come la pratica di Claire Vasarely si sviluppi lungo una linea di continuità più che per cesure stilistiche: i primi lavori grafici, i manifesti e i progetti pubblicitari degli anni Trenta condividono con i successivi disegni tessili e con gli arazzi di Aubusson una stessa attenzione alla superficie come campo organizzato, alla relazione tra forma e colore e alla possibilità di generare variazioni a partire da un impianto strutturale dato. In questo senso, il lavoro sui motivi tessili – che occupa una posizione centrale nella mostra – appare come uno dei luoghi principali della sua ricerca visiva. Tra l’inizio degli anni Trenta e la fine degli anni Cinquanta, Claire Vasarely produce un corpus vastissimo di disegni per tessuti, destinati non solo alle seterie di Lione ma anche a industrie tessili attive in Francia, Germania e Stati Uniti. Motivi floreali stilizzati, geometrie ripetute, campiture cromatiche accostate secondo logiche di variazione seriale definiscono un linguaggio che anticipa, in alcuni casi in modo sorprendente, questioni che diventeranno centrali nell’arte ottico-cinetica. Non è secondario, a questo proposito, il riconoscimento esplicito da parte di Victor Vasarely del ruolo svolto da Claire nell’introduzione del colore come elemento strutturale e non decorativo nella sua ricerca. La mostra affronta con attenzione anche la dimensione di porosità creativa all’interno della coppia Vasarely: disegni, studi e opere firmate a quattro mani mostrano un campo di scambio, di influenze reciproche e di sovrapposizioni linguistiche, in cui la distinzione delle attribuzioni risulta meno rilevante della comprensione dei processi condivisi.
Il passaggio all’arazzo, avviato nel secondo dopoguerra grazie alla collaborazione con gli atelier Tabard ad Aubusson, segna l’ultima fase della produzione di Claire Vasarely e, al tempo stesso, uno degli esiti più compiuti della sua ricerca. I suoi primi arazzi, realizzati alla fine degli anni Quaranta e nei primi anni Cinquanta, spesso combinano figurazione e astrazione, con busti e volti femminili inseriti in campi di colore vivaci e motivi geometrici, dove elementi naturali – fiori, foglie e paesaggi stilizzati – si intrecciano con le forme. In alcune composizioni, la presenza di figure femminili dalle espressioni intense dialoga con scenari naturali evocativi, conferendo alle opere una dimensione narrativa oltre che visiva. Questi aspetti rivelano la capacità della desiginer di fondere rappresentazione e astrazione, arricchendo il linguaggio dell’arazzo con una sensibilità originale nel contesto delle arti tessili moderne.
Sebbene la sua produzione venga purtroppo ad interrompersi alla fine degli anni Cinquanta, quando Claire Vasarely assume un ruolo centrale nella gestione dell’atelier e della carriera del marito, il suo percorso resta coerente e pienamente leggibile. Una vita nel colore restituisce la sua figura al centro della storia del modernismo, invitando a riscoprire l’artista come elemento chiave per comprendere le dinamiche artistiche del Novecento e per mettere in discussione i criteri con cui la storia dell’arte seleziona e gerarchizza le pratiche creative.
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