Zhang Chaoyin, Luci d'alta quota. Installation view, Manifattura Tabacchi, Firenze, ph. Bingyuan Lu
Arrivare dalle vie trafficate di Firenze alla Manifattura Tabacchi per vedere Luci d’alta quota. Lettera di un amore di quarant’anni su pellicola, la personale dedicata al fotografo Zhang Chaoyin, è di per sé un viaggio introspettivo di grande rilievo: varcata la soglia dell’Edificio B12 dove si trova la mostra visitabile fino al 15 maggio prossimo, si ha la sensazione di essere davvero partiti per l’Himalaya perché tale è la capacità evocativa delle immagini da far credere di poter percepire il vento che spazza le distese di ghiacciai, l’odore della neve, il rumore degli zoccoli dei cavalli, le voci degli abitanti che animano quei luoghi bellissimi. Figura di riferimento della fotografia paesaggistica e documentaria contemporanea in Asia, Zhang Chaoyin affianca a una tecnica ineccepibile una sensibilità poetica senza pari, che conferisce a ogni scenario il potere di rapire chi osserva, creando un ponte tra la cultura e la tradizioni orientali e il mondo e la mentalità occidentali.
Inaugurata lo scorso 26 marzo, l’esposizione ospita circa sessanta opere realizzate seguendo una personale ricerca ultraquarantennale sull’area dell’Himalaya. Si compone così un affascinante e vivido percorso narrativo in cui scenari, personaggi, usanze e atmosfere sono resi attraverso l’uso rigoroso della pellicola analogica e con la stampa al platino-palladio, unendo all’estro artistico una precisione documentaria. Un’indagine accurata e sentita, in cui emerge chiaramente il dialogo tra uomo e montagna, così come si evidenzia il valore delle tradizioni di una terra indomita e si percepisce il potere della natura incontaminata con la sua selvaggia bellezza, le linee e le forme che la descrivono sotto una luce ancestrale, a tratti metafisica, indubbiamente tanto particolare da divenire elemento centrale nella fotografia di Chaoyin.
Il percorso espositivo affianca al nucleo principale dedicato a Zhang Chaoyin, alcune opere del figlio Zhang Yuxiao, introducendo un interessante confronto generazionale e favorendo la restituzione del paesaggio himalayano da un altro punto di vista, più legato alla contemporaneità eppure non meno significativo nella diversa prospettiva in cui si esplica la ricerca visiva e nella nuova percezione che ne deriva.
Il volume Himalaya presente in mostra e pubblicato dalla Chinese National Geography, presso la quale collaborano sia il padre sia il figlio, è uno scrigno che di per sé diviene opera d’arte: progetto editoriale enciclopedico, con un peso superiore a dieci chilogrammi, che raccoglie al suo interno oltre 3mila immagini, è istoriato con preziose decorazioni presenti sul taglio. Una sezione della mostra è dedicata alla serie Primavera, Estate, Autunno, Inverno, opere stampate su seta cinese che evocano il ciclo naturale come metafora della continuità della vita. In una delle sale del percorso, al primo piano, è inoltre proiettato un video in cui Zhang Chaoyin illustra il processo di realizzazione della stampa al platino-palladio e ripercorre quarant’anni di esplorazioni e riprese nell’area himalayana, permettendo al pubblico di comprendere l’enorme lavoro e il lento processo di realizzazione che caratterizza l’elaborazione e la stampa di ogni foto.
La mostra, realizzata con il supporto di Manifattura Tabacchi e in collaborazione con Aria Art Gallery, che ne ha sostenuto la produzione e il coordinamento curatoriale, favorendo un dialogo culturale tra Europa e Asia e una visione della fotografia come linguaggio capace di attraversare geografie, tradizioni e sensibilità contemporanee, è coordinata da Massimo Listri e curata da Guoyin Jiang, e propone un itinerario in cui le opere intrecciano documentazione, ricerca artistica e visione poetica.
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