Zin Taylor, Propylon Stela. Installation view, Quartz Studio, Torino
Zin Taylor crea un corto circuito temporale tra il mondo antico e il futuro fantascientifico. Le sue sculture variano per dimensioni e colori e ricordano allo stesso tempo un sintetizzatore anni Sessanta, una stele antica dai caratteri cuneiformi o una console di comando sci-fi. Gli ambient tokens creano una stratificazione di narrazioni specifiche per lo spazio, come se questo fosse un varco temporale morfogenetico che dal tempio archeologico si trasforma in una navicella spaziale.
«I materiali sono sintetici perché le idee sono sintetiche», afferma l’artista canadese. Gli ambient tokens, simili a lastre, sono realizzati con argilla epossidica. Il materiale, utilizzato per la riparazione subacquea di tubature navali, si asciuga molto rapidamente. Di conseguenza, la pratica scultorea di Zin Taylor mantiene una sorta di memoria performativa. Le opere sono inserite nello spazio come elementi in ascensione infinita, come se stessero levitando sulle pareti. Ma allo stesso tempo, dimostrano una presenza concreta dialogando con gli elementi architettonici e le componenti tecniche dell’ambiente, come le prese, le mascherine, il contatore, le scatole elettriche e le cementine del pavimento. Gli ambient tokens creano un codice visivo, divenendo unità semantiche di un linguaggio spaziale.
Nel suo ecosistema semantico, Zin Taylor fa confluire la pratica scultorea con la fotografia e l’editoria. Ha infatti pubblicato diversi libri d’artista e cataloghi con le case editrici indipendenti Kodoji Press, Sternberg Press, Mousse Publishing; Art Paper Editions; Karma, Shelter Press e Bywater Bros. Con la mostra Propylon Stela, Zin Taylor si presenta in Italia con un’estetica narrativa che intreccia una psichedelia soft sci‑fi e una space age senza tempo. Le sue opere sembrano unire nostalgia e progresso, costruendo un’iconografia sospesa in una dimensione liminale di archeologia fantascientifica.
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