Categorie: Musei

Archivio Bacon? No, grazie. La Tate restituisce il fondo a Barry Joule

di - 15 Giugno 2022

Negli ultimi tempi si è discusso molto sulle opportunità e sui rischi della pratica del deaccessioning da parte dei musei: è lecito vendere le opere delle proprie collezioni per fare entrare liquidità nelle casse? In tempi di pandemia, pressate dalle emergenze e dalle chiusure, alcune istituzioni museali, in particolare statunitensi – tradizionalmente orientate verso un management più spregiudicato –, hanno messo in vendita i propri pezzi. I motivi e gli obiettivi possono essere vari, dall’acquisto di nuove opere al miglioramento delle condizioni salariali, come nel caso del Baltimore Museum, che in un’asta da Sotheby’s cedette tre capolavori per 65 milioni di dollari. Ma se il deaccessioning fosse necessario per liberarsi di pezzi divenuti improvvisamente troppo “ingombranti”? È successo alla Tate di Londra, che ha annunciato la cessione – anzi, la restituzione al mittente – di quasi mille pezzi, tra schizzi, foto e documenti di archivio appartenuti a Francis Bacon, a seguito dei risultati di una ricerca che avrebbe sollevato vari dubbi – ed evidentemente qualcosa di più – sull’autenticità degli oggetti.

Il corpus fu donato alla Tate, nel 2004, da Barry Joule, giornalista originario del Canada e, dal 1978, vicino di casa, anzi, di studio di Bacon, al 7 Reece Mews, South Kensington, Londra. I due strinsero amicizia e alla morta dell’artista, avvenuta nel 1992, Joule ebbe in lascito una grande quantità di materiale conservato nello studio. Il valore della donazione alla Tate fu stimato in 20 milioni di sterline e nell’accordo stipulato era anche previsto un impegno, da parte del prestigioso museo, nello studio e nella catalogazione della collezione.

«La Tate spera che l’acquisizione e l’ulteriore studio di questo materiale consentiranno agli studiosi di risolvere i problemi rimanenti sulla pratica lavorativa di Bacon. Il materiale sarà disponibile online, così da poter essere confrontato con il materiale dello studio Bacon, ora alla Hugh Lane Gallery di Dublino», si legge in un comunicato dell’epoca. Ma già dai primi tempi furono sollevati molti dubbi sull’autenticità dei pezzi. Nel 2008, per esempio, non furono esposti nella grande retrospettiva dedicata all’artista, ancora più significativo visto che l’occasione era il centenario sua nascita. Parte degli oggetti fu però presentata nel 2019, per un’altra mostra.

Nell’agosto 2021, Joule minacciò anche di revocare la sua donazione alla Tate, affermando che il museo non aveva mantenuto gli impegni assunti per esporre gli oggetti. E, adesso, la Tate ha deciso di prendere in mano il gioco. Lo scorso settembre, l’archivista della Bacon Estate, Sophie Pretorius, ha pubblicato uno studio sulla collezione Joule in cui si cita il parere di un ex curatore della Tate, che non interventi sostanziali della mano di Bacon sulle opere e sugli oggetti. «Per gli studiosi dedicare tempo all’analisi di una raccolta di opere non di Francis Bacon è uno spreco di risorse», ha concluso Pretorius.

«Di per sé, il materiale non si presta a nessuna mostra significativa e qualsiasi potenziale per migliorare la comprensione dell’arte di Bacon da parte del pubblico è stato esaurito. È stato quindi considerato inadatto per la conservazione in Tate Archive», hanno dichiarato dalla Tate. L’archivio è stato così restituito a Joule che, chiaramente, non è d’accordo con la valutazione. Nei primi mesi di quest’anno, Joule aveva dichiarato che non avrebbe donato alla Tate il resto della sua collezione Bacon, che comprende circa altri 100 disegni, 10 dipinti e 12 ore di conversazioni registrate tra lui e l’artista. Ha invece promesso gli oggetti rimanenti agli Archivi nazionali francesi e al Centre Pompidou di Parigi.

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