La morte di George Floyd ha richiamato l’attenzione sul problema del razzismo. Sull’onta della gravità dell’evento abbiamo assistito anche a comportamenti controversi, quali la distruzione e la rimozione di statue che, in qualche modo, richiamano il passato coloniale. Sono eventi che si sono generati negli USA ma sono arrivati anche in Europa. Per esempio, ad Anversa, in Belgio, è stata rimossa la statua di Leopoldo II, responsabile di una delle più crudeli campagne di colonizzazione ai danni del Congo, una storia raccontata anche da tanti progetti di Jan Fabre. In Francia, invece, un gruppo di attivisti ha organizzato addirittura un furto al Musée du Quai Branly – Jacques Chirac di Parigi, uno dei musei di antropologia più importanti al mondo, dedicato alle arti primitive e delle civiltà d’Africa, Asia, Oceania e Americhe.
Venerdì, 12 giugno, cinque manifestanti sono stati arrestati dopo aver rubato un palo funebre africano dal museo parigino. I responsabili hanno pubblicato online il video. Il congolese Mwazulu Diyabanza ha guidato il gruppo di protesta Les Marrons Unis Dignes et Courageux, un’organizzazione che lotta per la libertà e la trasformazione dell’Africa. Diyabanza ha specificato che il furto nasce dalle volontà di opporsi a ciò che è stato il colonialismo e lo sfruttamento da esso derivato. L’attivista ha, infatti, dichiarato che «Questi beni e il denaro maturato durante la loro esposizione devono essere restituiti. Abbiamo calcolato quanti soldi le nostre opere d’arte hanno generato per questo museo. I profitti sono miliardi».
La polizia ha rilasciato gli attivisti nel fine settimana dopo la mobilitazione della comunità. Diyanbanza non potrà lasciare la Francia fino al processo, in programma a settembre.
Il ministro della cultura Franck Riester ha subito condannato l’atto. Alla stampa ha affermato che «Il dibattito sulla restituzione delle opere del continente africano è perfettamente legittimo, ma non può in alcun modo giustificare questo tipo di azione». Il direttore del museo, Emmanuel Kasarhérou, dovrà raccogliere la sfida di onorare la dichiarazione di Emmanuel Macron del 2017. Il Presidente, infatti, aveva annunciato che la Francia avrebbe restituito il patrimonio culturale depredato ai Paesi dell’Africa subsahariana. La decisione nacque a seguito di un rapporto sulle collezioni museali che esortava la Francia a intraprendere il processo di restituzione.
Il Quai Branly contiene numerosissimi reperti africani e il 66% di essi è entrato nelle collezioni francesi durante l’era coloniale. Ma dalla dichiarazione di Macron, il museo ha restituito solo una sciabola del XIX secolo, peraltro recentemente sequestrata nel Mali. Il coautore del rapporto, Felwine Sarr, in una intervista ha dichiarato che i reperti dovrebbero essere ri-socializzati nelle comunità africane, comprese le scuole, i luoghi d’arte e i centri di ricerca. D’altra parte, come abbiamo avuto modo di scrivere in diverse occasioni, la questione coloniale riguarda la maggior parte dei grandi musei europei e, prima o poi, dovrà essere affrontata in maniera sistematica.
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