Palazzo Abatellis, Palermo
Mostre di grande prestigio, una vicenda storica complessa anche sotto il profilo della tutela, ricerche non sempre concordi succedutesi nel tempo — talora risolte in esercizi attributivi poco controllati — e, non da ultimo, un’eccezionalità formale che spesso ha prevalso sull’analisi contestuale, hanno contribuito a mantenere il corredo equestre dei viceré, o del viceré, entro un quadro interpretativo sostanzialmente incerto. Fare chiarezza sul corredo equestre significava allora misurarsi con la sua storia conservativa e museale, ma anche ripercorrere i giudizi e le ricerche, a partire dalle intuizioni pronunciate nel lontano 1931 da Maria Accascina.
È alla luce degli studi svolti dallo staff di ricerca dell’Abatellis, Maddalena De Luca, Valeria Sola, Roberta Civiletto, che il corredo, a lungo considerato come un insieme unitario, può essere riconosciuto nella sua effettiva articolazione: un complesso eterogeneo, frutto di sovrapposizioni e adattamenti, riconducibile a due distinti protagonisti del viceregno siciliano, Marcantonio Colonna, in carica tra il 1577 e il 1584, e Juan Gaspar Fernández Pacheco, marchese di Villena, governatore dell’Isola dal 1606 al 1610.
Va attribuita all’epoca di Marcantonio Colonna la piastra di pettorale in argento eseguita da un argentiere attivo entro un orizzonte manierista di matrice toscana o romana. Elemento qualificante del rango nei corredi equestri da parata, il pettorale concentra una forte densità iconografica: la figura virile che regge una colonna, inscritta in un campo ovale, allude con ogni probabilità al viceré stesso, mentre i motivi simbolici rimandano alla tradizione araldica degli Orsini-Colonna. Al medesimo ambito culturale può essere ricondotto anche il puntale in argento inciso e traforato.
Di segno diverso appaiono le componenti riferibili al marchese di Villena. Le fonti attestano che nel 1609 egli impegnò presso la Tavola Pecuniaria di Palermo una sella riccamente ornata di perle e gemme per ottenere la somma necessaria al riscatto del figlio Diego, fatto prigioniero dagli ottomani. A officine spagnole, verosimilmente andaluse, attive nella seconda metà del Cinquecento e legate alle tradizioni decorative e tecniche sviluppate nell’area del regno di Granada, vanno attribuite non solo la sella, ma anche le staffe e gli speroni di tradizione moresca con decorazioni a smalto, così come i finimenti e i fiocchi. Fondamentali in questo senso i raffronti con esemplari custoditi al Metropolitan di New York ai quali si possono pure aggiungere altri possibili confronti con quelli del Victoria and Albert Museum di Londra o con El Greco. Nel loro insieme, questi manufatti delineano una complessa trama di rappresentazione del potere. Il corredo equestre appartiene infatti a quella tipologia di oggetti concepiti per esprimere il rango politico del cavaliere; tuttavia, la sua riduzione a semplice apparato celebrativo rischierebbe di neutralizzarne le tensioni tipiche del linguaggio manierista come l’artificio virtuosistico, la complessità allusiva, l’esuberanza fondata sulla continua variazione dei motivi.
È proprio questa dimensione estetica, fatta di accumuli e metamorfosi, che oggi trova una traduzione museografica nella sala verde del Museo Regionale di Palazzo Abatellis. La scelta di riservarle uno spazio specifico in prossimità del punto di snodo della sala dedicata alla pittura del Cinquecento, risponde infatti a esigenze conservative ma si inserisce anche nella tradizione scarpiana dell’Abatellis, che crea spazi (e vuoti) di accostamento fra generi diversi con lo scopo di aprire orizzonti percettivi e interpretativi trasversali. All’interno del sistema della Sala Verde, la sagoma del cavallo su cui è esposto il corredo è collocata in una teca volutamente defilata rispetto a una possibile conclusione trionfalistica del percorso. Questa scelta consente una lettura analitica e ravvicinata del corredo e, al tempo stesso, restituisce alcuni tratti della sua estetica originaria. L’allestimento infatti consente allo spettatore di fruire il corredo in piena leggibilità: la teca e la sua collocazione, restituendo la possibilità di girare attorno al manufatto, ci consentono oggi di cogliere la stratificazione di riferimenti, la preziosità dei dettagli, l’espansione organica dei decori di questo capolavoro di una delle grandi corti mediterranee del Manierismo.
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