Nell’epoca dei grandi numeri, delle classifiche globali e della competizione permanente sul primato, il Museo del Prado sceglie una strada controcorrente. E lo fa per voce del suo direttore, Miguel Falomir, che ha recentemente dichiarato come il museo madrileno non abbia alcun bisogno di crescere ulteriormente in termini di affluenza. «Il Prado non ha bisogno di un solo visitatore in più. Con 3,5 milioni siamo a nostro agio», ha affermato, mettendo esplicitamente in discussione l’equazione, ormai data per scontata, tra successo culturale e incremento quantitativo del pubblico.
Una presa di posizione che arriva in un momento storico in cui molte grandi istituzioni internazionali stanno investendo in ampliamenti, ristrutturazioni e riconfigurazioni spaziali, proprio per assorbire flussi sempre più imponenti. Dal Louvre, che con oltre 8 milioni di visitatori annui resta il museo più frequentato al mondo, al Metropolitan Museum of Art di New York, fino alle Gallerie degli Uffizi di Firenze e al Parco Archeologico di Pompei, la crescita fisica e numerica sembra essere diventata un destino inevitabile. Falomir, invece, ha individuato in questa dinamica il rischio concreto della saturazione.
Il Prado, con i suoi circa 475 mila metri quadrati complessivi – frutto dell’ultima grande espansione del 2007 – è una macchina museale molto più compatta rispetto al Louvre, e proprio per questo più vulnerabile agli effetti dell’overtourism culturale. Alcune sale, in particolare quelle che ospitano capolavori come Las Meninas di Diego Velázquez o Il giardino delle delizie di Hieronymus Bosch, soffrono già oggi una pressione costante che compromette la qualità della visita. «Un museo può collassare a causa del suo stesso successo», ha osservato Falomir, evocando l’immagine di sale congestionate e percorsi ridotti a flussi da ora di punta in metropolitana. Dunque, l’obiettivo non è aumentare i numeri ma migliorare l’esperienza, lavorando sulla circolazione interna, razionalizzando gli accessi, riducendo le dimensioni dei gruppi, limitando l’uso della fotografia, per restituire tempo e spazio alla relazione diretta tra pubblico e opere.
In un certo senso, la posizione del Prado appare prudente e anche lungimirante. Un grande museo che decide consapevolmente di non crescere all’infinito può produrre effetti positivi sull’intero ecosistema culturale. Riducendo la pressione sui propri spazi e sottraendosi alla corsa ai record, il Prado potrebbe indirettamente contribuire a riequilibrare i flussi turistico-culturali, favorendo la scoperta e la valorizzazione di musei più piccoli, collezioni meno note e realtà territoriali spesso schiacciate dalla centralità dei grandi attrattori.
Paradossalmente, questa strategia potrebbe tornare a beneficio dello stesso Prado. Un sistema museale più distribuito, meno polarizzato e più sostenibile rafforza la percezione del museo come luogo di studio, contemplazione e conoscenza, piuttosto che come tappa obbligata di un consumo culturale accelerato.
Mentre ribadisce la necessità di non crescere oltre una soglia ritenuta sostenibile, il museo guarda al futuro sul piano dei contenuti. Il programma espositivo del 2026 attraverserà secoli di storia dell’arte, dal gotico mediterraneo alla pittura rinascimentale tedesca, fino a progetti di riflessione sul ruolo del Prado nel XXI secolo. Insomma, l’innovazione non passa necessariamente dall’aumento dei metri quadrati o dei biglietti staccati ma dalla capacità di ripensare il proprio ruolo in modo responsabile.
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