Categorie: Musei

«La collezione deve essere uno strumento sociale, utile per crescere insieme». Parola di Vanessa Carlon, direttrice di Palazzo Maffei

di - 23 Gennaio 2026

A sei anni dallapertura, Palazzo Maffei si conferma una collezione in continua evoluzione. Ne abbiamo parlato con la sua direttrice, Vanessa Carlon, per fare il punto sullo sviluppo del museo; una realtà che negli anni è cresciuta, ampliando la propria visione e il proprio ruolo culturale sul territorio e nel panorama internazionale.

Ritratto Vanessa Carlon, foto di Andrea Pugiotto

Siamo alle soglie del sesto anno di Palazzo Maffei, che nel tempo ha definito unidentità museale oggi fortemente riconoscibile. Se si fermasse un momento a guardare indietro, che bilancio farebbe?

«Il bilancio è positivo: sono stati anni molto intensi, concentrati, durante i quali siamo riusciti a realizzare molti progetti. Ricordo una delle prime conferenze del 2020, in cui dissi che il mio desiderio era quello di costruire un museo realmente presente sul territorio: oggi mi sembra che Palazzo Maffei stia diventando un punto di riferimento non solo per i veronesi, ma anche per un pubblico molto più ampio. La collezione richiama visitatori da tutto il mondo, mentre le attività del public programme coinvolgono in modo particolare le persone del territorio. Il teatrino, ad esempio, ospita moltissimi incontri dedicati allarte e allo spettacolo: dalla prosa, come lo spettacolo ‘Poema a fumetti’ di Dino Buzzati e Paolo Valerio, fino a nuovi progetti in programma. A breve dedicheremo un ciclo specifico alle Olimpiadi, con un bellissimo video realizzato dal Circolo Cultura e Stampa di Belluno, che raccoglie interviste ad atleti olimpici e paralimpici: testimonianze straordinarie, profondamente toccanti per i valori che trasmettono. Ci saranno poi incontri dedicati alla storia dellarte, come quello con Giorgina Bertolino e Gabriella Belli su Casorati – alla luce delle recenti acquisizioni, abbiamo allestito una stanza dedicata a questo artista. Ci sarà anche un appuntamento sulle ceramiche di Picasso con il professor Luca Bochicchio, docente di arte contemporanea all’Università di Verona. È dunque un bilancio ricco: di eventi, di nuove opere entrate in collezione, di allestimenti che cambiano e si adattano nel tempo. Palazzo Maffei è un museo che invita a tornare, perché ogni visita può offrire sempre qualcosa di nuovo».

Il public programme di Palazzo Maffei è diventato negli anni sempre più articolato, coinvolgendo importanti personalità del mondo dellarte. Quanto è fondamentale oggi, per unistituzione culturale, fare rete e costruire relazioni?

«Per me è fondamentale. È solo insieme che si cresce, che si riescono a costruire progetti e ad ampliarli. A breve sarò a Barcellona per presentare il progetto MINERVA alla Fundació Joan Miró e alla Fundació Suñol; sono stata invitata anche in diversi musei italiani per parlarne, e questo è un esempio concreto di come un progetto di valore possa espandersi proprio grazie alla rete di relazioni che si coltiva. Credo sia essenziale non rimanere chiusi in una dimensione individualistica, ma lavorare in modo sinergico. La collaborazione con un ente pubblico come la Fondazione Arena, ad esempio, è straordinaria e molto virtuosa: procede da diversi anni e insieme abbiamo realizzato progetti bellissimi, come i concerti di musica sinfonica nel teatrino. Per me questa direzione non è solo auspicabile, ma necessaria».

Terrazza di Palazzo Maffei al tramonto, courtesy Palazzo Maffei

Parliamo del progetto MINERVA, che mette in dialogo arte, neuroscienze e benessere. Come è nato e cosa rappresenta per Palazzo Maffei?

«MINERVA – Museo, Innovazione, Neuroscienze, Reazioni al Valore dellArte – è un progetto che abbiamo avuto il privilegio di realizzare insieme allUniversità di Verona, in particolare con il Centro OMS per la Ricerca sulla Salute Mentale del Dipartimento di Neuroscienze, Biomedicina e Movimento. Il team di psichiatri e psicologi guidato dalla dottoressa Michela Nosè ha potuto misurare scientificamente il benessere mentale derivante dalla contemplazione dellarte attraverso specifiche visite guidate nei musei. I risultati sono stati poi pubblicati sulla rivista scientifica svizzera Frontiers in Psychology, dimostrando come lesperienza museale abbia un impatto positivo sulla salute mentale. Non solo: MINERVA è stato citato come unica case history italiana in un documento del Ministero della Cultura presentato a un tavolo della Comunità Europea. È stato un progetto che ha coinvolto moltissime persone, che hanno partecipato con entusiasmo alla raccolta dati e alla compilazione dei questionari alluscita dal museo. Questo ci ha confermato quanto il museo possa essere un luogo di benessere e di cura».

Ha recentemente sottolineato limportanza di lavorare con i giovani artisti. Questo significa che la collezione di Palazzo Maffei guarderà sempre più allarte contemporanea?

«Anche, sì. Mio padre (Luigi Carlon ndr) in questo periodo è molto interessato anche allarte antica: di recente è entrata in collezione una xilografia di Dürer, così come unopera di Licini e delle splendide ceramiche di Picasso. Allo stesso tempo, però, continuiamo a collaborare con artisti viventi. Entrambi crediamo molto in questo dialogo, perché gli artisti ci arricchiscono: hanno la capacità di vedere prima degli altri, di sintetizzare il presente e di portare messaggi utili alla società. Offrono nutrimento allanima e per questo la collaborazione con loro è imprescindibile».

Palazzo Maffei ha introdotto anche spettacoli di danza contemporanea accanto alle esperienze artistiche più tradizionali. Che cosa aggiunge questo approccio al museo?

«Credo profondamente che le arti siano trasversali e che non esista una vera separazione tra arti visive, performative e musicali. Allo stesso modo, penso che discipline umanistiche e scientifiche siano parti di un unico processo di apprendimento. Nelle sale del secondo piano è ormai diventata una consuetudine proporre la coreografia di Camilla Monga, accompagnata dalla composizione sonora di Federica Furlani, interpretata dagli studenti della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano. Ogni volta è unemozione molto forte vedere i danzatori muoversi tra le opere del museo: sono 25 minuti in cui ci si immerge completamente in una dimensione artistica totale. È qualcosa che trovo meraviglioso. Penso che i musei vadano mossi, fatti vivere. Le collezioni devono parlare, anche attraverso la mediazione culturale e il dialogo con le altre arti».

Accessibilità e attenzione alle nuove generazioni sono temi centrali per Palazzo Maffei. Come lavora il museo per avvicinare i più giovani allarte?

«Lavoriamo moltissimo con bambini e ragazzi, abbiamo addirittura un laboratorio per bebè da 0 a 12 mesi! Grazie anche alla collaborazione con il Pastificio Rana, entro la fine del 2026 saranno entrati gratuitamente a Palazzo Maffei circa 28.000 studenti di ogni ordine e grado, provenienti non solo dallItalia ma anche dallestero: arrivano classi francesi, tedesche, americane, greche, svizzere. Proponiamo percorsi dedicati a ogni fascia scolastica, aiutando anche gli studenti a prepararsi agli esami dei diversi cicli. Organizziamo laboratori per famiglie nei weekend, in doppia lingua, e lavoriamo con categorie fragili. Abbiamo realizzato unaudioguida design for all, pensata per rendere le opere più accessibili a tutti e, in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, un gruppo di pazienti psichiatrici ha visitato il museo insieme alla professoressa Michela Nosè e al team del reparto di psichiatria dellOspedale di Verona. In questo senso, credo che la collezione debba essere uno strumento utile, capace di parlare a tutti e di svolgere una funzione sociale».

Per concludere, c’è unopera della collezione di Palazzo Maffei a cui si sente particolarmente legata?

«Ce ne sono molte; opere che ho potuto contemplare fin da bambina, quando erano ancora in casa, e che hanno per me un significato speciale. Ma una in particolare, di acquisizione più recente, è La grande onda di Kanagawa di Hokusai, entrata in collezione nel 2023. È stata una grandissima gioia vederla in museo, poichè è unopera che mio padre ha inseguito per quarantanni: assistere alla sua soddisfazione nel poterla finalmente inserire nel percorso, per condividerla con i visitatori, è stato molto emozionante. Lo stesso vale per il ritratto di Françoise Gilot realizzato da Picasso nel 1953; con le nuove acquisizioni, la collezione cambia e lallestimento si adatta, offrendo al pubblico sempre nuove prospettive. Lobiettivo finale è di condividere il meglio della passione collezionistica di mio padre e renderla davvero fruibile a tutti».

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