Inaugurato nell’ottobre 2023 dal giornalista e imprenditore catalano Tatxo Benet, il Museu de l’Art Prohibit di Barcellona era il museo nato con la missione di dare spazio all’arte censurata dalla società, la politica o la religione. Ma a meno di due anni dall’apertura ha chiuso i battenti, travolto da proteste sindacali e tensioni interne.
Nelle sale dell’ex monastero barcellonese, trovavano spazio oltre 200 opere censurate provenienti da tutto il mondo, che raccontavano le crepe della libertà d’espressione attraverso linguaggi visivi spesso provocatori. Tra gli artisti in collezione, nomi internazionali e di diversi background e generazioni, come Ai Weiwei, David Wojnarowicz, Abel Azcona, Robert Mapplethorpe, Zanele Muholi e Tania Bruguera, il famigerato Piss Christ di Andrés Serrano ma anche episodi controversi della recente storia spagnola, come Forever Franco (2012) di Eugenio Merino, una scultura del dittatore spagnolo Francisco Franco chiuso in un frigorifero, o l’opera Not Dressed for Conquering (2010) di Ines Doujak, che ritrae un ex sovrano spagnolo in una scena sessualmente esplicita.
Il 27 giugno 2025, con una nota pubblicata online, il museo ha annunciato la chiusura «Dolorosa e indesiderata, ma inevitabile». La causa? Le perdite economiche derivanti da quattro mesi di picchetti sindacali guidati dalla sigla SUT – Solidarietà e Unità dei Lavoratori. La protesta ha avuto origine dalla fine del contratto con la società Magma Cultura, che gestiva i sette dipendenti del museo. Da lì, l’escalation: rivendicazioni sindacali per condizioni di lavoro migliori, accuse di incoerenza e una paralisi operativa che ha reso la situazione insostenibile.
«Il museo è diventato una caricatura, contraddicendo se stesso», si legge nel comunicato del sindacato, che ha denunciato la distanza tra i valori proclamati dall’istituzione e le sue pratiche gestionali. Il paradosso è evidente: un museo nato per difendere la libertà si ritrova vittima di conflitti interni, simbolo e bersaglio di nuove forme di censura, economica e sociale.
Questa vicenda ci ricorda che la censura non è solo quella esplicita e imposta dai regimi ma anche quella generata dalle contraddizioni interne alle democrazie, che spesso si risolvono in conflitti sul lavoro, economie precarie e fragili infrastrutture, in particolare quelle della cultura.
Il progetto, però, non è del tutto finito. Benet ha annunciato che la collezione – che comprende anche la Suite 347 (1968) di Pablo Picasso, censurata a Chicago negli anni ’60, e i celebri Caprichos di Goya – prenderà una nuova forma: quella di una mostra itinerante internazionale. «L’unico museo al mondo dedicato all’arte censurata chiude, per trasformarsi in una collezione nomade», recita il comunicato.
Tuttavia, la stessa natura censurata delle opere potrebbe rendere difficile trovare spazi disposti ad accoglierle, soprattutto nei Paesi in cui quelle stesse immagini sono state oggetto di repressione. Il viaggio si annuncia dunque tanto necessario quanto problematico.
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