© Fulminacci - Stupida sfortuna (Official Video - Sanremo 2026)
«Passeranno classifiche e Sanremi, taxi, treni, aerei» ma alcune cose non passano mai, e fra queste c’è anche la tecnica del mosaico. Uscirà il 13 marzo 2026 Calcinacci, l’ultimo album del cantautore romano Fulminacci. Nel frattempo, sono stati pubblicati quattro singoli di cui l’ultimo – Stupida sfortuna – vincitore del Premio della critica Mia Martini. Ogni brano è associato a un mosaico: un uovo fritto per Casomai, un’anguria per Sottocosto, un pretzel per Niente di particolare e una buccia di banana per Stupida sfortuna. Ingredienti riconoscibili fatti di tessere e che si fanno tessera, generando immagini nitide, compatte, che frammentano l’oggetto quotidiano e lo ricompongono. L’accostamento delle tessere produce un ritmo, un tempo di lettura: lo sguardo si avvicina, e distingue il frammento; poi si allontana e ricompone la scena. E l’album sembra funzionare allo stesso modo, per accumulo di episodi e di dettagli lirici che possono essere letti come singoli pezzi di pietra – macerie e calcinacci – che si fanno però tessera e nel loro insieme si ricompongono.
Una citazione, quella legata al cibo musivo, che non richiama le nature morte e non si fa allusione ironica, ma riprende una tradizione lunga millenni. Custodito nei Musei Vaticani, il mosaico dell’asàrotos òikos – il celebre “pavimento non spazzato” – ripropone i resti di un banchetto romano buttati per terra: lische di pesce, ossa di pollo, frutti, conchiglie, molluschi e persino un topolino che rosicchia un guscio di noce. Quasi un trompe-l’oeil che riprende in maniera pedissequa anche le ombre degli scarti. Oggi, quel dialogo tra mosaico e cibo riemerge in modo esplicito nel lavoro di un’artista come Silvia Naddeo, che dà vita con le tessere a tridimensionali reinterpretazioni scultoree di cibo. Parallelamente, pezzi come la pizza‑mosaico di Ruaidhri Ryan, esposta l’anno scorso al MACRO di Roma in occasione della mostra Sublime cliché, ampliano il campo del mosaico contemporaneo e alimentano una commistione che si nutre di contaminazioni molto antiche.
È difficile non pensare a quel precedente osservando le copertine del singolo che Fulminacci sta portando al Festival di Sanremo. Anche il videoclip di Stupida sfortuna insiste su dettagli e oggetti, su micro-situazioni che si compongono progressivamente. La logica è affine a quella adottata per le copertine: una tessitura di episodi. L’immagine si addensa e il mosaico diventa allora una chiave di lettura trasversale, capace di tenere insieme copertine, video e costruzione complessiva dell’album.
Resta sullo sfondo l’idea antica della “stanza non spazzata”: ciò che sembra residuo diventa composizione. Nel progetto di Fulminacci, la maceria non è scarto ma unità minima di senso. «Se una grande ricetta può iniziare con un filo d’olio in una padella, la nascita di una storia importante può essere facilmente scambiata per una roba da niente. E se ci penso alla fine ogni cosa è una cosa qualunque», ha affermato il cantautore in occasione dell’uscita di Niente di particolare. Il mosaico, in fondo, nasce pavimento, decorazione domestica, superficie calpestabile. Riprenderlo oggi in un contesto musicale significa recuperare una tecnica storicamente collettiva e riportarla dentro un circuito mediatico di massa, riaffermando allo stesso tempo la dimensione artigianale e manuale dell’immagine in un ambiente saturo di grafiche che sempre più si servono di AI. A Sanremo, dove l’esposizione è massima e l’identità visiva diventa parte integrante della performance, le scelte adottate caratterizzano ancor di più un brano che prende vita sul palco ma continua anche nelle immagini che lo accompagnano al di fuori di esso.
Su questo terreno si inserisce il lavoro del duo Bendo, che firma l’identità visiva legata alla produzione di Fulminacci, partendo dai videoclip e arrivando alle copertine. Il duo registico milanese, attivo dal 2017 e formato da Lorenzo Silvestri e Andrea Santaterra, in pochi anni si è imposto nel panorama dei videoclip musicali italiani, per poi estendere il proprio raggio d’azione anche al settore pubblicitario. Con una visione registica comune che intreccia sensibilità differenti in un linguaggio compatto ma stratificato, hanno una loro impronta dichiaratamente progettuale, frutto di una formazione nell’ambito del design che si riflette in un’attenzione rigorosa alla costruzione dell’immagine. Nel corso degli anni hanno collaborato con alcune tra le principali etichette discografiche e con artisti come Gazzelle, Emma, Ligabue, Achille Lauro, Renato Zero, Alessandra Amoroso, Mara Sattei, The Kolors, Marracash, Ghali, Madame e Pinguini Tattici Nucleari. Hanno raccontato a exibart le scelte legate alla sfera d’immagine di Calcinacci.
Voi e Fulminacci lavorate insieme ormai da diversi anni e per molti progetti. Com’è nata la collaborazione?
«La collaborazione tra noi e Filippo nasce proprio dalla sua prima uscita discografica e il link vero e proprio è stato Antonio Gno Sarubbi, il manager di Filippo, founder di Maciste Dischi e nostro amico da tantissimi anni, fin dall’adolescenza. Ci siamo ritrovati anni dopo, nel 2016; abbiamo riallacciato i rapporti ed è effettivamente iniziata la nostra collaborazione lavorativa. Nel 2018, ci ha fatto sentire questo giovanissimo artista romano, da cui rimanemmo subito folgorati. Aveva fatto dei provini del disco La vita veramente, e il primo brano a cui abbiamo effettivamente lavorato è stato Borghese in Borghese. Abbiamo iniziato a lavorare insieme e, se eravamo partiti collaborando solo per i videoclip, siamo arrivati negli anni a curare altri aspetti della sua parte comunicativa discografica, dai live a tutto quello che passa poi attraverso gli impianti grafici e comunicativi legati ai singoli: la dimensione creativa dei live, impaginazione dei vinili, copertine, merchandising, poster».
Calcinacci: il titolo dell’album evoca già l’idea di pezzi di pietra, che in questo caso vengono “razionalizzati” con i mosaici in forme che nei quattro singoli usciti sono un uovo fritto, un’anguria, un pretzel e, nel caso di Stupida Sfortuna, una banana. Vi va di raccontarci di questa scelta così particolare?
«La scelta del mosaico è legata in parte al titolo stesso del disco, quindi mi fa piacere che questo collegamento emerga. Quando è uscito Casomai, il primo singolo – credo fosse aprile o maggio dell’anno scorso – avevamo già il titolo Calcinacci annotato nel diario di Antonio. Questo ci ha aiutati a immaginare un filo che potesse accompagnare il progetto fino all’uscita dell’album, avvenuta quasi un anno dopo. L’idea di lavorare con il mosaico nasce anche dall’esigenza di proporre qualcosa che fosse dichiaratamente “anti-AI”: un linguaggio materico, artigianale, interamente fatto a mano. Allo stesso tempo, ci sembrava coerente con il concept del disco. I calcinacci sono piccoli frammenti di pietra, macerie; nel mosaico quei frammenti vengono raccolti, riordinati e riassemblati, assumendo un nuovo significato rispetto alla loro origine.
Si tratta di vetro da mosaico fornito in piccole porzioni, quasi come ruote già pronte. Per noi è stata una scoperta, perché non avevamo mai lavorato con questa tecnica. Andrea si è occupato anche della realizzazione materiale. Siamo partiti dall’idea di qualcosa di artigianale e concreto, e l’abbiamo collegata ai piccoli tasselli che, ricomposti, generano un soggetto diverso ogni volta, a seconda dell’artwork. Alla base, inoltre, il disegno è costruito come una pixel art: anche questo dialogo tra frammento e immagine finale ci interessava molto».
Parliamo in questo caso del dialogo tra una tecnica artistica – quella musiva – e i vari brani, ma il vostro lavoro presuppone già in sé una commistione, perché create una narrazione visiva per un immaginario musicale. Come si naviga su un duplice binario? In che modo le canzoni di Fulminacci orientano le vostre scelte visive? Partite dai testi, dall’atmosfera sonora o da suggestioni più astratte? Vi considerate “interpreti” della musica o co-autori di un immaginario parallelo?
«Quello che ci piace fare è partire sempre dal confronto con gli artisti. In questo caso abbiamo anche la fortuna di avere un bel rapporto di amicizia con Filippo, che rende il confronto più diretto e meno formale. Soprattutto per i videoclip, il primo punto di partenza è quasi sempre il testo: è una base incredibilmente ricca di spunti e spesso basta per generare una prima immagine mentale, un’idea iniziale di immaginario. L’atmosfera sonora, invece, orienta maggiormente le scelte stilistiche e tecniche: il ritmo, il tipo di messa in scena, il modo in cui confezionare l’idea. A volte è lo stesso Filippo a suggerirci un’immagine di partenza che può anche non avere un legame diretto con il risultato finale, ma che funziona come innesco, come stimolo.
Per quanto tu ti possa allenare, per quanto possa avere tantissima esperienza, è sempre qualcosa di molto randomico, alla fine. Ci sono situazioni in cui le idee sono chiare fin dall’inizio e altre in cui bisogna procedere per tentativi, per intuizioni successive. Spesso si arriva alla soluzione finale dopo aver scartato molte proposte. Anche per il mosaico abbiamo messo da parte diverse idee – ne abbiamo scartate cinque – prima di trovare una forma essenziale, coerente e concretamente realizzabile».
Ho avuto modo di chiacchierare con Artemarcia e so che i mosaici li avete creati materialmente voi. Com’è stato sul piano realizzativo? Si tratta di una tecnica complicata alla quale approcciarsi, per cui mi chiedo quale sia il peso della manualità nel vostro processo.
«Abbiamo lavorato su dei piccoli parallelepipedi, che poi Andrea porzionava cercando di fare dei quadrati che fossero il più regolari possibile. L’idea è stata quella di andare sulla pixel art, anche per scavalcare in qualche modo le difficoltà tecniche di dover tagliare delle forme più particolari, come si fa nel mosaico classico. Invece abbiamo pensato di utilizzare delle tessere quadrate, proprio 30 x 30, e poi è stato un lavoro abbastanza meccanico, seppur lungo e artigianale».
Per concludere, vorrei soffermarmi un attimo sul videoclip di Stupida Sfortuna. Il mosaico trasforma per antonomasia lo scarto in composizione ma sono presenti anche nel videoclip elementi che richiamano gli scarti di cibo (le banane, il finto frullato a terra, l’uovo fritto). Mi chiedevo se vi interessasse l’ambiguità tra attrazione e repulsione che il cibo può generare quando viene decontestualizzato, soprattutto all’interno di uno scenario di spettacolarizzazione come quello che isola il cantante nel video.
«È una bellissima riflessione a cui non avevo mai pensato. Il discorso di andare a utilizzare il cibo è un po’ auto-citazionistico, se vogliamo, per quanto riguarda l’uovo. In questo caso ho voluto inserire questo elemento quasi come se fosse – passami il gioco di parole – un easter egg della prima copertina uscita di questo progetto discografico, quella con l’uovo fritto. Mentre per quanto riguarda il frullato a terra, si tratta di un elemento sempre legato alla spira della sfortuna, ma più per raccontare quello che è il senso di questo video: una sorta di installazione d’arte contemporanea che mette in scena il martirio della fortuna, e quindi si prende il concetto base, anche proprio dei cartoon, dell’atto di scivolare sulla buccia di banana. Tutto parte quindi dalla cover del singolo che era stata fatta precedentemente. Da lì, il clima della “stupida sfortuna”, e abbiamo cercato di espanderlo in maniera esagerata proprio per rendere l’idea di un impatto minimo che quasi aumenta talmente tanto la quantità della sfortuna da depotenziarne completamente il significato».
Dicci di più.
«L’idea della buccia di banana era anche legata all’idea di una installazione di arte contemporanea all’interno della quale si trova Filippo, pensando che gli avventori arrivassero alla mostra e, un po’ come si fa con la Fontana di Trevi, lanciassero la monetina alle loro spalle come gesto di fortuna. Qui, al contrario, lanci la buccia di banana che va poi a comporre l’allestimento scenografico per scongiurare la sfortuna, e proprio Filippo diviene il catalizzatore della sfortuna, come se si facesse un po’ carico della sfortuna delle altre persone. Poi c’è una serie di elementi anche legati proprio alla sfortuna stessa, come una pianta che ormai non ha più vita, una scatola piena di cavi attorcigliati, e il tutto va a raccontare un po’ anche le dinamiche di performance all’interno di questa pedana».
Tra l’altro, non so se fosse voluto il rimando proprio alla buccia di banana non solo come catalizzatrice di sfortuna paradigmatica, ma proprio come elemento emblematico di quell’arte contemporanea che viene spesso non capita e derisa, quindi meraviglioso come duplice significato.
«Sì, la banana rimanda a quello che ovviamente è il funzionamento della banana di Cattelan, che prende in giro dall’interno un sistema. Il riferimento implicito è anche a Warhol e alla pop art, con un rimando ai colori, ad esempio. Anche lì abbiamo voluto un po’ creare dei quadri, per così dire, che avessero all’interno degli elementi proprio cromatici molto distaccati tra di loro, molto accesi e che riuscissero un po’ a restituire quella sensazione di ecletticità molto “succulenta” della pop art».
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