Trame Sonore, Palazzo Te, Mantova, 2022
“Trame Sonore – Mantova Chamber Music Festival” è un asteroide che, puntuale da dieci anni, cade nei primi cinque giorni di giugno sulla città dei Gonzaga. Le sue schegge sono 150 concerti e 350 artisti; entrano in palazzi, case private e teatri. Eppure niente paura, l’armonia albertiana non ne è toccata. Fiore all’occhiello del festival non è solo la qualità musicale ma la possibilità di sviluppare, per qualche ora, la stessa familiarità con le dimore storiche che dovevano avere i Gonzaga. Palazzo Ducale e la Palazzo Te, diretti rispettivamente da Stefano L’Occaso e Stefano Baia Curioni, sono tra i partner della rassegna. Uno scambio lineare: chi entra al museo può ascoltare un concerto, chi acquista il biglietto della musica, può visitare le sale.
L’impressione è che note e immagini lavorino con l’obiettivo – comune ma non esplicito – di aggirare l’idea di fatica. Se c’è una sensazione per esprimerla, allora si troverà nell’incipit dell’Estate di Vivaldi in quel suo essere tutta in levare: un manipolo di note, strappate dall’archetto alla comfort zone. È un fatto studiato: l’aggirarsi spaesato, l’occhio diviso tra pannelli, cretti e fretta, possono rendere la visita qualcosa su cui ancora se non si è trovata la tara. Ma c’è sicuramente la targa ed è “museum fatigue”.
Il problema, forse, sta nella familiarità: ci si muove sorvegliati a vista da immagini nuove, stretti tra assuefazione e meraviglia. Una stanchezza da cui nessuno, neanche il più determinato tra gli addetti ai lavori, può dire di sottrarsi. Però, se nel circuito entra qualcosa di esatto e straniante, si può guardare quello che ci circonda con pupille nuove. È quello che porta avanti, forse inconsciamente, il festival “Trame Sonore”. Il visitatore si distrae dagli affreschi di Giulio Romano poiché nella stanza accanto sente un clavicembalo, ricucendo così un filo che lega quello strumento a un gigante affrescato nel ‘500. Si siede, magari per qualche minuto, rinfresca la mente e può ripartire.
Anche i musicisti hanno capito che, oggi, il tempo non sta nella pelle: per cui concerti brevi, mezz’ora, quel tanto da non affaticare, appunto, la massa grigia con troppe note, ci spiega il direttore artistico del festival, Carlo Fabiano. E dunque, costretti a passare più volte davanti a Ludovico Carracci, si registra quel dettaglio che sfugge al tipico minuto del passo affrettato. Un’ora tra un concerto e l’altro, diventa l’occasione per più di un capolino nella Camera degli Sposi dove Andrea Mantegna, con quel suo oculo sul cielo, da mezzo secolo costringe Gonzaga e mortali a un’acrobazia della testa. Forse l’autore, qui autoritratto insieme a Leon Battista Alberti, sarebbe soddisfatto di quest’occhio lungo, che respira un po’ più del tempo di un video; valga qui ricordare che l’ha affrescata in nove anni, tra il 1465 e il ‘74.
Questo fa di “Trame Sonore” non una festa per appassionati ma una lenza lanciata a cercarne di nuovi. In una tonalità che, ne siamo sicuri, sarà decisamente maggiore.
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