Una giornata di felicità. Ipse (Antonio Bassolino) dixit e, almeno per una volta, tutti d’accordo. Avevate aspettato tanto, signore e signori, ma eccovi finalmente il Pan, sfornato caldo caldo insieme alle ultime pastiere la mattina di sabato santo duemilacinque.
Quanti anni sono passati, tra annunci e rinvii? Dieci o giù di lì, ma ormai non è più questione di calendario. Semmai, d’orologio: l’appuntamento è per mezzodì, ma già prima delle dieci lo spazio antistante palazzo Roccella formicola di addetti ai lavori, invitati e curiosi di passaggio. Incollata al telefonino, Rachele Furfaro, assessore alla cultura del Comune di Napoli, comincia a fare gli onori di casa mentre dall’interno arrivano ancora rumori di pulizie e acciottolio di stoviglie.
Tra i primi ad arrivare, Nicola Spinosa e le sue amazzoni del Polo (museale, of course), confortante segnale di un auspicabile Capo-di-ponte tra ieri, oggi e domani. Battesimo ufficiale di prammatica, con excursus cronologico, carta d’intenti e ringraziamenti sparsi by Furfaro, per un evento che il sindaco Rosa Russo Iervolino giudica “eccezziunale veramente”, giacché in un sol colpo restituisce splendore a un gioiello dell’architettura settecentesca, propone metodi e percorsi di fruizione diversi ed eterogenei e – grazie al direttore Lòrànd Hegyi – debutta con quel popò di collettiva che è The giving person. Il dono dell’artista. Sulla mostra torna Bassolino che, partendo dalla nutrita rappresentanza dell’Est europeo, si lancia in una (non richiesta) pseudo-abiura del proprio passato, salvo poi, comunque memore della militanza nel gran partito dei lavoratori, tributare riconoscimenti alle maestranze e pure ai galleristi privati, dai giovanotti intraprendenti agli “storici” lì dattorno orbitanti.
Però è il presidente della Provincia Dino Di Palma a lanciare, mite mite, il sassolino di una fra le più difficili aspettative riposte nel Pan, ovvero la sua incidenza sociale. Beninteso, la struttura non è il Bar dello Sport, ma teoricamente ha le credenziali per favorire l’incontro intergenerazionale, interculturale e interclassista dentro e fuori una città atavicamente connotata da un impermeabile elitarismo: riuscirà il magnifico edificio sulla sciccosa via dei Mille ad attirare ed accogliere senza arricciare il nasino pure la middle class, dignitosa maggioranza silenziosa che da quelle parti va perlopiù a leccare le vetrine di Hermès and company? Eppure è stata proprio la “gggente” ad offrire lo spettacolo più emozionante della mattinata e a trasformare la festa in un rituale di liberazione e riappropriazione collettiva. Calca in attesa nell’atrio, mentre altri guadagnano le rampe dello scalone, s’aggirano per le stanze ruotando la testa, si riversano sulle terrazze a godersi la tenerezza della primavera e il piacere della
anita pepe
[exibart]
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