La sua pittura abita da sempre i territori di frontiera tra letteratura e fotografia. La letteratura perché è stato il primo amore e la prima cocente delusione: voleva essere scrittore, come il padre, fino al giorno in cui (era il ’92) un suo lavoro non venne premiato al Faulkaner Pen Award. La fotografia perché sovente vecchi scatti ingialliti, trovati perlopiù nei mercatini, fungono da matrice-icona delle sue tele.
In seguito alla débacle letteraria, Ryan Mendoza(Nwe York, 1971. Vive a Napoli) inizia a studiare pittura a New York e poi a Parigi. Dopo una breve permanenza a Roma
La pittura di Mendoza, rivolta costantemente alla figura umana ed alle sue vicende, filtra e mixa con intelligenza e scaltrezza contemporanea gli stimoli estetici dei suoi punti di riferimento pittorici. Ci si può rivedere Basquiat, ma leggermente; qualche dettaglio potrebbe far pensare a Clemente, ma senza esagerare; è certo infine che la tavolozza di Ryan debba qualcosa a Lucian Freud, a Chuck Close e ad Alex Katz , ma -appunto- soltanto qualcosa.
Sulla mostra al Maschio Angioino, frutto della verve organizzativa di un operatore culturale come Mimmo Scognamiglio tramite l’associazione Nuovi Percorsi, il giudizio non può essere completamente positivo. Il percorso risulta a tratti piatto (forse non aiutato dagli ambienti); non è del tutto comprensibile la scelta di inserire anche lavori di dimensione medio-piccola; alcuni quadri di eccellente livello sono privi della giusta evidenza; si è – in conclusione – rinunciato a dare alla mostra il ritmo che i disegni di Mendoza (belli quanto gli olii su tela) le avrebbero senz’altro conferito.
‘Almost American’ è in ogni caso importante ed imperdibile appuntamento dell’autunno partenopeo. Le tele hanno cromatismi soffici e particolari incerti: al centro di un universo onirico e nostalgico presentano un uomo sempre in bilico. I napoletani hanno la possibilità di salutare un nuovo, interessante concittadino.
massimiliano tonelli
mostra vista il 7 novembre 2002
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