Scenografia da consumato campo di battaglia. Solo che non ci troviamo ad un tavolo delle trattative. La tregua, poi, è poco più di una prospettiva ingannevole quando si tratta di sesso; serve un memento mori al piacere, predicato da un oracolo navigato. Che censuri la libidine del sesso dalle grate di indiscreti spioncini; e ne sequestri su un prato sfiorito i paurosi strumenti di terrore. Ci si sente ostaggi di una decisione altrui, costretti ad una gincana tra bizzarre sculture in stand-by: filo spinato, catene e reti metalliche, ritti come totem di una fede indeterminatamente interdetta, o issati come trofei di una partita indeterminatamente sospesa.
Betty Bee fa del kitsch la tomba dell’amore, ma anche il lustrino del sesso. Il corredo da Teatro della crudeltà allude alla tragedia delle complicazioni amorose, ma le risolve in un parossismo di tecniche di sicura efficacia. Bando ai rapimenti estatici e alle romanticherie da luna piena; sì alle prestazioni da studio e alla cosmesi da salotto erotico.
Gli ovali con dipinti osceni di memoria pompeiana suggeriscono pose da cavalletto per viaggi “spensierati” all’insegna del disimpegno in amore; e smascherano con l’alibi del “metodo” gli inguaribili giochi di potere, scoraggiando le disdicevoli tentazioni ai collassi emotivi. Ma chi Betty Bee la conosce, sa che il gioco per lei non è mai senza passione, perché la farsa non è senza tragedia. La foto che la ritrae sul fondo del budoir ne fa una sibilla famelica e trasgressiva. Lei stringe la cornetta di un telefono rosso che sentenzia diavolerie e fissa appuntamenti. Perché c’è un filo rosso tra realtà e finzione, come tra sesso e amore.
Ma ogni mascheramento implica la complicità di un disertore, sottintende una voce fuori campo dentro a un corpo attore: qui noi non vediamo che una maschera, un’eterna provocazione, sospesa nostalgicamente tra malinconia e seduzione, sempre desiderante e mai paga di attirare attenzione.
Questa poetica inquietudine che vibra tra visibilità e velamento è un indicatore più vero dello strangolato canto di anima e corpo. E’ la prova vivente che la propria identità è piuttosto una fede ostinata nella possibilità infinita di nascondersi, mettersi in gioco e spogliarsi, pur sempre al riparo di una libertà vigilata, appunto dall’ombra, dal gioco, dal velo della bellezza.
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carmen metta
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Un'altro flop.... povera Betty, Napoli non ti porta molta fortuna..... e Venezia? Alla Biennale delle donne? Non c'eri?
Betty sei vecchia! La mostra è noiosa e tu ormai hai perso grinta. baci, un'amica
ma che blasfema...un po costruita direi...per questo accumula un flop dietro l'altro.
Nu Flop!