Lello Torchia vs Pasquale Ciuccio. Tutto sembra nascere dal contrasto in questa doppia personale con cui Franco Riccardo chiude per ferie una stagione espositiva vissuta tra physis (la reificazione grezza e scarnificata di Enzo Fiore), ethnos (i misteriosi tamburi egiziani di Moataz Nasr) e pathos (il truculento barocchismo metropolitano di Christian Leperino).
Una mostra In-colore, come recita provocatoriamente l’ironico calembour del titolo, in cui l’elemento perspicuo sembra essere non solo l’accostamento di due linguaggi diversamente connotati, ma soprattutto l’antinomia tra quelle due polarità cromatiche cui -guarda caso – pure Kandinsky demandava il compito di esemplificare le contrapposizioni ottiche e spirituali della tavolozza: il giallo e il blu.
Questione di moti e di temperature, secondo l’archimandrita del “Cavaliere Azzurro”, che nella sua immaginifica trattazione assegnava agli elementi tonali precise caratteristiche organiche ed emotive.
E allora s’inabissa tra terre e fanghi sulfurei il pennello di Lello Torchia (Napoli 1971), che fa dell’ocra bollente la propria tinta d’elezione. In questo paiolo fumigante, tra vapori color d’ambra e zafferano, l’artista, con risentito sprezzo del “guarda e passa” corrente, invita polemicamente lo spettatore a “ficcar lo viso” e il cerebro più intensamente, per incontrare le sue immagini evanescenti, definite con tratto arcano e severo da lapicida classico, oltre le sottili addizioni di una stesura ponderata, riflesso di un humus intellettualistico rincalzato dal magistero di Nino Longobardi.
Bastano pochi passi e il mercurio precipita. In tutti i sensi. Abolita ogni scoria di figurazione, Pasquale Ciuccio (Napoli, 1950) si congela in un astrattismo da anacoreta e -trincerandosi dietro il principio esclusivo e inderogabile del binomio colore-materia- tenta il tatto con diversi spessori di spigoli, insuffla nelle narici un alito rarefatto e glaciale, inghiotte lo sguardo e sigilla l’udito con il drastico impatto e la quiete sorda di un blu artico, sintetico, immobile. Atomi consistenti e pesanti, decantati nel freddo di un pigmento centripeto che si rapporta allo spazio senza mezzi termini, seguendo diverse traiettorie: una pittura ermetica, fieramente compressa in un’inflessibile e quasi dogmatica geometria, sviluppata secondo quella modularità tetragona che si scopre instaurare un inaspettato trait d’union tra le due identità in mostra. Un’intuizione. O, piuttosto, un’agnizione.
anita pepe
mostra visitata l’11 giugno 2004
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