In latino è l’iperonimo per eccellenza. Per Antonio Biasiucci (Dragoni, Caserta, 1961), invece, Res è “semplicemente” un’altra tappa di un opus continuum che da vent’anni si snoda per cicli, cantiche di una cosmogonia tanto più allusiva e visionaria quanto più si sofferma sulla pelle e tra le pieghe delle cose: delle res, appunto, ma con l’anima, intrinseca o infusa. Immagini abbarbicate sulla diga sdrucciolevole dell’occhio, che slittano e sprofondano tra gli argini dell’interpretazione, in un viluppo di analogie, intuizioni e rimandi.
Stavolta l’ambizione, paradossale e ispirata dal conflitto in Kosovo, era quella di parlare della guerra senza andare al fronte. Del resto, il sentimento della catastrofe non passa necessariamente per l’accecante fragore dei campi di battaglia, visto che nella plumbea asfissia delle metropoli e nel cavernoso respiro della Natura aleggia una pace sinistra, presaga della conflagrazione finale e memore di distruzioni remote. L’origine del mondo e il suo epilogo: tragedia di un ciclico day-after, colto tra Napoli e provincia. Scelta “locale”, ma depurata da un procedimento che toglie a questi scatti il marchio fuorviante della riconoscibilità.
Biasiucci obbedisce infatti a un dettato interiore che, come un fuoco elastico, da un’ottica panoramica si restringe al particolare, per universalizzarsi in forma di metafora. Abolita la classificazione per generi, aboliti i codici descrittivi e narrativi. Un modus operandi sublimato da una tecnica virtuosa, che non fa sconti all’antagonismo bianco/nero, ma appiattito da un ambiente espositivo neutro, che smorza l’impatto di queste elegie del silenzio, piste tracciate attraverso geografie surreali e sospese, simili a pianeti vergini perfino nel cimitero degli elefanti industriali dell’ex Italsider. Soggetti che, come ha scritto Giuseppe Montesano nel bellissimo testo in catalogo, chiedono di essere guardati: muta, inquietante implorazione scoccata dalle pupille sgranate del Museo di zoologia, quanto dalle palpebre sigillate del Gabinetto anatomico.
Volti dai tratti sfuggenti, come modellati nella cera, lampare che luccicano come una costellazione sul mare, e croste di vite interrotte, nell’ossario delle Fontanelle come tra i calchi di Pompei e la ruggine di Bagnoli. La labilità è la cifra caratterizzante di tanta porosa concretezza: materia ambigua, precipitata nelle vene della memoria, offerta ad una visione “tattile”. Elementare, primitiva. Come un monosillabo. Autosufficiente e perfetto. Catalogo del mondo, appiglio per l’insondabile Tutto. Res.
articoli correlati
Biasiucci in mostra a Roma
anita pepe
mostra visitata il 5 maggio 2006
Fino al 15 febbraio, la Fondazione Vasarely ospita la prima grande retrospettiva dedicata a Claire Vasarely (1909–1990), artista e designer,…
La mostra personale di Erika Pellicci alla Galleria ME Vannucci di Pistoia, fino al 16 febbraio 2026, ritrae un’intimità in…
A Londra si guarda all’infanzia di un’icona globale: la casa di David Bowie a Bromley, nel sud di Londra, sarà…
360 bottiglie provenienti dallo stesso proprietario e pronte a passare di mano con una vendita live, da Sotheby's New York.…
Nell’ultimo film di Paolo Sorrentino, le vicende di un Presidente della Repubblica in cerca di leggerezza scorrono attraverso trame esistenziali,…
A Dongo esiste uno spazio espositivo e per residenze artistiche, dove mostre, opere e racconti inquietanti si intrecciano: lo visitiamo…