Tra incudine, o meglio falce, e martello. Prima del tracollo sovietico, gli artisti dellâAsia Centrale erano costretti promuovere unâarte â
nazionale nella forma, ma socialista nel contenutoâ, per utilizzare una formula della curatrice kirghisa Olga Yushkova e contenuta nel catalogo del padiglione dedicato ai lavori prodotti nelle accademie dâarte di quei Paesi per la 51esima Biennale di Venezia.
A posteriori, lâesclusione dellâAfghanistan da Palazzo Pisano si presta a una duplice spiegazione. Da un lato, le disastrate condizioni di vita di un Paese instabile, non ancora pacificato dallâinvasione prima sovietica e poi americana. Dallâaltro, la scelta da parte dei curatori di confrontarsi con artisti uzbeki, kazaki e kirghisi, laddove lâesposizione allo stile di vita occidentale â bandita in Afghanistan dal regime taliban â aveva creato cortocircuiti sociali e culturali con le tradizioni locali represse dallâimpero sovietico.
Eppure, lâanno precedente qualcosa sembrava muoversi anche a Kabul, quando
Rarhraw Omarzad (Kabul, 1964) fondava il Center for Contemporary Arts per formare e promuovere gli artisti locali. Il suo modello produttivo ideale resta la nobile scuola dâarte di Herat fondata nel XVI secolo dal grande pittore afghano
Kamaludin Bezhad durante il regno timuride.
Lo spazio napoletano offre ai visitatori la rara occasione di visionare un campione della videografia realizzata da Omarzad insieme agli studenti del Ccaa. Qui non câè spazio per le brillanti provocazioni sullo scontro fra modernitĂ e tradizione degli ex-membri kazaki del gruppo Kiril Traktor, quali
Said Atabekov. I brevi filmati a rotazione sullo schermo allâingresso documentano esclusivamente gli sforzi e le difficoltĂ per la rigenerazione della societĂ afghana.
Nel crudele e ironico
Sympathy (2004), una vanga scava senza sosta la stessa buca, puntualmente ricoperta da un pugno di terra lanciato fuoricampo. Una ventata di ottimismo arriva da lavori come
Circle (2004), che documenta la ricostruzione di una scuola allâaperto. E, ancora,
Reopening (2004), dove un gruppuscolo di persone si accalca davanti a un portone chiuso per una versione rustica e
open air del
Tango di
Zbigniew Rybczynski. Finalmente un personaggio si decide a entrare dalla finestra e, facendo di necessitĂ virtĂš, comincia la sua folle corsa a ostacoli per le strade polverose di Kabul fra muretti e carcasse di automobili. â
Se gli ostacoli sono insormontabili, tanto vale aggirarliâ: questo il messaggio di un inedito parkour neorealistico tra le macerie.
Nel video che dĂ il titolo alla mostra,
The Third One, il tema della rigenerazione nazionale passa attraverso lâoccultamento e il successivo svelamento del volto di una donna. La sua testa è avvolta a tre riprese nel buio dello sfondo, in un burqa bianco e in un pezzo di tessuto nero che filtra la sua sagoma attraverso lo schermo. Lâinquadratura si allarga e la donna taglia la stoffa con lâaiuto di un assistente.
Ma la speranza della sua emancipazione emerge soltanto nel gesto successivo: cucire con un motivo decorativo i margini del buco ricavato con un paio di forbici, scintillanti nel buio. Il taglia-e-cuci come riappropriazione della propria manualitĂ , al di lĂ di ogni opinione locale e occidentale sulla pratica dellâ
hijab.