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fino al 2.III.2009 | Rahraw Omarzad | Napoli, Overfoto

di - 27 Febbraio 2009
Tra incudine, o meglio falce, e martello. Prima del tracollo sovietico, gli artisti dell’Asia Centrale erano costretti promuovere un’arte “nazionale nella forma, ma socialista nel contenuto”, per utilizzare una formula della curatrice kirghisa Olga Yushkova e contenuta nel catalogo del padiglione dedicato ai lavori prodotti nelle accademie d’arte di quei Paesi per la 51esima Biennale di Venezia.
A posteriori, l’esclusione dell’Afghanistan da Palazzo Pisano si presta a una duplice spiegazione. Da un lato, le disastrate condizioni di vita di un Paese instabile, non ancora pacificato dall’invasione prima sovietica e poi americana. Dall’altro, la scelta da parte dei curatori di confrontarsi con artisti uzbeki, kazaki e kirghisi, laddove l’esposizione allo stile di vita occidentale – bandita in Afghanistan dal regime taliban – aveva creato cortocircuiti sociali e culturali con le tradizioni locali represse dall’impero sovietico.
Eppure, l’anno precedente qualcosa sembrava muoversi anche a Kabul, quando Rarhraw Omarzad (Kabul, 1964) fondava il Center for Contemporary Arts per formare e promuovere gli artisti locali. Il suo modello produttivo ideale resta la nobile scuola d’arte di Herat fondata nel XVI secolo dal grande pittore afghano Kamaludin Bezhad durante il regno timuride.
Lo spazio napoletano offre ai visitatori la rara occasione di visionare un campione della videografia realizzata da Omarzad insieme agli studenti del Ccaa. Qui non c’è spazio per le brillanti provocazioni sullo scontro fra modernità e tradizione degli ex-membri kazaki del gruppo Kiril Traktor, quali Said Atabekov. I brevi filmati a rotazione sullo schermo all’ingresso documentano esclusivamente gli sforzi e le difficoltà per la rigenerazione della società afghana.

Nel crudele e ironico Sympathy (2004), una vanga scava senza sosta la stessa buca, puntualmente ricoperta da un pugno di terra lanciato fuoricampo. Una ventata di ottimismo arriva da lavori come Circle (2004), che documenta la ricostruzione di una scuola all’aperto. E, ancora, Reopening (2004), dove un gruppuscolo di persone si accalca davanti a un portone chiuso per una versione rustica e open air del Tango di Zbigniew Rybczynski. Finalmente un personaggio si decide a entrare dalla finestra e, facendo di necessità virtù, comincia la sua folle corsa a ostacoli per le strade polverose di Kabul fra muretti e carcasse di automobili. “Se gli ostacoli sono insormontabili, tanto vale aggirarli”: questo il messaggio di un inedito parkour neorealistico tra le macerie.
Nel video che dà il titolo alla mostra, The Third One, il tema della rigenerazione nazionale passa attraverso l’occultamento e il successivo svelamento del volto di una donna. La sua testa è avvolta a tre riprese nel buio dello sfondo, in un burqa bianco e in un pezzo di tessuto nero che filtra la sua sagoma attraverso lo schermo. L’inquadratura si allarga e la donna taglia la stoffa con l’aiuto di un assistente.

Ma la speranza della sua emancipazione emerge soltanto nel gesto successivo: cucire con un motivo decorativo i margini del buco ricavato con un paio di forbici, scintillanti nel buio. Il taglia-e-cuci come riappropriazione della propria manualità, al di là di ogni opinione locale e occidentale sulla pratica dell’hijab.

link correlati
Center for Contemporary Arts Afghanistan

giuseppe sedia
mostra visitata il 17 febbraio 2009


dal 7 febbraio al 2 marzo 2009
Rahraw Omarzad – The Third One
Galleria Overfoto
Vico San Pietro a Majella, 6 (zona piazza Bellini) – 80122 Napoli
Orario: da martedì a venerdì ore 11–13 e 16.30-19.30; sabato ore 11–14
Ingresso libero
Info: tel./fax +39 08119578345; info@overfoto.it; www.overfoto.it

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