Lo sappiamo tutti, il giocattolo per essere un gioco deve anche funzionare. Walter Picardi (Napoli 1978) è un raffinato illusionista, ma nell’illusione insinua il dubbio: forse non è poi tutto oro quello che luccica. Il tavolo da ping-pong al centro della project room è un ready made dedicato al buon senso di chi vuole smascherare le lusinghe dei contraffattori del bene comune, degli ottimati della politica che invitano al godimento dei diritti senza garantire le regole del fair play. Ma non si tratta solo di etica sportiva. Si direbbe che i giocatori abbiano deposto le armi per correre dietro all’intervallo e che nell’aria si respiri la vendetta di un secondo tempo. E fin qui, niente di strano. Non fosse che la rete, che corre parallela al lato lungo, lascia prevedere uno spareggio angusto e risicato, col campo che si è ridotto ad un corridoio per fare la staffetta su e giù dietro ai capricci di una pallina travestita da soubrette, con tanto di piume. Le racchette, poi, messe fuori uso da un arbitro degenere o da un prezzolato maciste, sono piuttosto zimbelli di un agone destinato a rimanere intentato, ciniche mostruosità dell’Invenzione.
Quale che sia l’interdetto di questo sabotatore sinistro, il presentimento non è dei migliori: gli ovali cromati, rilucenti dal fondo della salagiochi come cartelloni pubblicitari, ostentano il simbolo del fist fucking diluito in salsa tricolore e parlano di uno sponsor violento e tracotante che mentre inneggia al qualunquismo, si maschera dietro all’orgoglio ferito della Nazione.
Le sanguisughe in vitro che nel frattempo scontano la quarantena per disintossicarsi dagli abusi di sangue perpetrati ai danni dei comuni mortali sono metafore della classe dirigente che si gongola in barba alle vittime dei suoi salassi; i viscidi serpentelli, a dieta dimagrante, osservano una disciplina di auto-sussistenza e sguazzano in una gelatina secreta all’uopo, a dimostrazione del fatto che non tutti gli emuli di Dracula si macchiano di sangue quando commettono i loro efferati delitti.
Comunque vada a finire la partita, questo è poco ma sicuro, il fine giustifica i mezzi, e il gioco non ammette deroghe all’ambizione. Ma guardate i bambini, loro quando giocano fanno a meno del mondo, sfuggono alla necessità del calcolo e non condannano allo scopo l’intenzione: “Il bambino non gioca solo a ‘fare’ il commerciante, o il maestro, ma anche il mulino a vento, o il treno”, ha scritto Walter Benjamin. “This is what you need to play an impossible game”, postilla Picardi. Come a dire: “Uomo, questo ti meriti”.
carmen metta
mostra visitata il 28 aprile 2006
Ad Assisi, Michelangelo Pistoletto proclama simbolicamente Papa Francesco "Primo Santo dell’Arte": negli spazi della Rocca Maggiore, una mostra che attraversa…
La retrospettiva dedicata a Miriam Cahn e la collettiva con le vincitrici del Premio Paul Thorel inaugurano la stagione estiva…
Il festival Cortona On The Move ci racconta l’Italia attraverso la lente di molti sguardi: un album di più di…
Il collettivo Numero Cromatico si aggiudica il Visions Prize 2026, menzione speciale ad Andrea Bolognino e presentazione a Napoli, durante…
Non solo in Italia, anche in Spagna la cultura si agita: lo sciopero a tempo indeterminato proclamato dai lavoratori del…
Please Take This Seriously: al Gallery Hotel Art di Firenze ritorna l'arte contemporanea, con la mostra di Daniele Sigalot: post-it…
Visualizza commenti
bello, complimenti, finalmente qualcosa di nuovo e di coraggioso. p.s. forza italia!! ;(
Mi avevano detto che era divertente... da bambini e volevo vedere per sentirmi bene... è che vedendola son rimasto deluso: meglio il bar di Casal Pusterlengo!
Certo che a Napoli tutte le napoletanate son buone!!!
Provate a far la stessa mostra (d'arte????) nel mio paesiello... evedrete quante legnate!!!
Allora resta nel tuo "paesiello" Gigio, che forse è meglio!
;)
+DADAVS+
P.S. Have a good time!