La Galleria Umberto Di Marino conserva i tesori di un’insolita “domesticità”: cinque installazioni, realizzate da Satoshi Hirose (Tokio, 1963) sono il punto di contatto tra due culture radicalmente differenti, che qui si assimilano per un totale intimismo domestico. E tutto ciò che da sempre ci appare lontano, oggi, più che mai, sembra essersi avvicinato alla nostra dimensione. Come la tradizionale casa del the, tipicamente giapponese, che occupa una piccola porzione del soffitto della galleria. Vi si può accedere attraverso una scala, motivo rivelatore di una profumatissima sorpresa: il the giapponese è sostituito dal nostrano caffè, che si ammucchia nella casetta. Quest’ultima contiene un ulteriormente significato occidentale, poiché essendo capovolta, rimanda all’idea delle antiche macchinette del caffè.
Una valigia di vetro e metallo protegge un cumulo di peperoncino. Ancora uno scrigno custodisce una forma di sapone. Questo è collocato su una mensola rialzata e per raggiungerlo è necessario un supporto: la scatola da imballaggio utilizzata da Satoshi per il trasporto di alcune delle opera in mostra, cioè quella che è stata la “Casa”, dove le sue opere hanno viaggiato. L’altezza non cela l’effluvio vetusto di quel sapone, essenziale oggetto che evoca un intimo contatto con il nostro corpo, ma anche un piacevole rilassamento che è sempre più una chimera.
Altri elementi caratteristici si nascondono: l’olio ad esempio, oppure il limone, vale a dire elementi tipici, che, a tratti inibiscono per la loro presenza, ma d’improvviso ci s’impongono facilmente per l’incondizionata familiarità.
La mostra si completa delle fotografie della serie Sky d’Alagna. E proprio i cieli che vediamo nelle fotografie s’inondano di colore e luce e paradossalmente si manifestano eterogenei e magici per la loro rarità: i cieli di Satoshi Hirose non hanno connotazioni peculiari che rimandano ad una precisa appartenenza, ma sono ugualmente nostri, di ognuno di noi, perché nulla come il cielo riesce ad essere di tutti, sempre e in ogni luogo
Satoshi Hirose inventa, poi, un efficacissimo strumento evocativo: un sistema definito Mail Project dove ognuno, durante la mostra, ha la possibilità di scrivere cartoline raffiguranti opere dell’artista, per poi affrancarle con francobolli fatti realizzare in esclusiva per l’evento. Queste cartoline saranno spedite dopo la mostra, di modo che, attraverso i destinatari che le riceveranno, ognuno potrà ricordare di aver visitato la mostra e di aver conosciuto l’opera di Satoshi. In questo modo l’idea della mostra perdura nel tempo, e valica il limite dello spazio. Non si circoscrive alla visita in galleria, ma si diffonde altrove, e attraverso un messaggio rende partecipe anche persone non intervenute all’esposizione.
Pas Au de-Là indica proprio l’idea di andare oltre e sentirsi sempre al “posto giusto”, di sintetizzare le esperienze e trasmetterle, trasferirle ed adeguarle alle culture diverse da quella di appartenenza. Una possibilità utopica che in pochi metri quadrati di spazio si configura con singolare armonia.
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