Né apocalittico oscurantista né pasdran del progresso. Stefano Cerio è, semplicemente, un artista che da tempo ha scelto di confrontarsi con temi oggi più che mai ineludibili –quelli della ricerca e della sperimentazione- con un approccio scientifico ma non scientista. Sicché è senza l’intenzione di intraprendere crociate o, tanto meno, di impelagarsi in faccende politiche, che quasi un anno fa ha avviato il progetto Codice multiplo, ora raddoppiato -anzi sdoppiato- tra la galleria Franco Riccardo Arti Visive e la Città della Scienza.
Cuore e motore della mostra il lungo tavolo luminoso, sul quale spicca un ordinato trenino di vaschette trasparenti, di quelle usate nei laboratori di genetica per isolare i frammenti di dna dalle proteine. È qui, nell’asettica penombra di questo gabinetto del dottor Caligari (o Frankenstein? o Mengele?) del Terzo Millennio, che l’elettroforesi partorisce gli uomini e le donne del futuro: coppie di gemelli, contrassegnati soltanto dalle iniziali dei loro nomi e fotografati nella loro particolarissima cameretta, fosforescente di algida luce e ingombra, anziché di giocattoli, di becher, provette, monitor e altri ferri del difficile mestiere di vicepadreterno. In un contesto del genere, allora, anche per quelli che sono modelli in carne ed ossa viene da chiedersi: saranno veri o si tratta, piuttosto, di “cavie”, clonate al pc? L’inquadratura, poi, non aiuta di certo, visto che la posa prevalentemente frontale, con quello sguardo puntato dritto verso l’obiettivo, aumenta l’effetto straniante delle immagini.
Tanto più che l’opificio della vita artificiale diventa paradossalmente l’unico nido per questi piccoli prodigi che, una volta fuori si ritrovano in una dimensione non meno alienante ed ostile: location, per l’occasione, una desolata e spettrale Bicocca, in cui sotto l’occhio della telecamera e il battito della musica G+R, scappati (o congedati?) di “casa” e sputati da un livido vagone del metrò, si ritrovano a vagare spauriti, soli, indifesi.
Per fortuna che –seppure involontaria e nascosta nei dettagli– qualche incongruenza c’è, quasi a ricordare emblematicamente l’impeccabile imperfezione che la Natura da milioni di anni impiega nel generare individui, e non Lego cromosomici accuratamente assemblati in catena di montaggio. Si capisce così come per l’artista il rischio non sia insito tanto nella fondazione di una nuova epistemologia, quanto nella possibilità che questa s’arroghi il diritto di operare una selezione della specie capace di creare una casta eletta: prospettiva, questa sì, aberrante, perché legata ad un delirante e purtroppo mai sopito desiderio di onnipotenza. Un’antropologia pessimistica, quella di Cerio, che però non vuol mettere i lucchetti alle provette, ma semplicemente invitare alla riflessione. Anche perché, se i bimbi un tempo nascevano sotto il cavolo, di questo passo col cavolo che nasceranno bimbi.
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anita pepe
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