Il Nouveau Realisme intendeva restituire alla coscienza il monopolio delle sue invenzioni e brevettare con marchio d’autore l’anonimato dei prodotti di serie. Trasformando in “opere d’arte” i feticci del mercato, o capovolgendo i condivisi valori di efficienza e funzionalità. Quell’ondata di nuovo classicismo, fatto di drastiche soluzioni e di epochè del senso comune, difendeva l’autonomia del giudizio dall’egemonia paradossale dei media e della tecnologia. Perciò sobillava negli affichistes un sofisticato vandalismo, e l’imperativo morale alla “decollazione” delle immagini culto dai muri, rea la vanitas metropolitana.
Qui invece una manierata antologia di riproduzioni digitali fa il verso ai rari décollages in mostra. E se questi si fregiano del titolo di “unici”, gli altri ostentano quello di “multipli” dei loro “pari”. Sembrano allora sfatarsi le premonizioni pop di Mimmo Rotella (Catanzaro, 1918), lui che dagli anni Cinquanta ghermisce manifesti di rapina per poi disfarne le trame, come a volerne braccare la serie ordinata e inarrestabile.
Se il décollage esorcizzava nello strappo la subdola maledizione del successo, adesso il multiplo esorcizza nel rattoppo la candida maledizione
Ora le scalcinature della carta si riconoscono a stento e premono saldate tra loro come fossili sul continuum indistinto del fondo, per l’effetto della multiplazione.
Ma se è lecito approvare un aggiornamento della sua memorabile maniera e scommettere sulla buona fede di alcune concessioni, lo è altrettanto sospettare per la deriva di multipli d’autore che sfilano in copia lussuriosa tra i più modesti e rari originali d’eccezione. E sono legittimi anche il rimpianto e la delusione di chi cercava “un” Rotella, e invece ha trovato i saldi di fine stagione.
Forse l’artista credeva di poter strappare all’usura del tempo anche lo status symbol di quell’aberrazione. Ecco perché ha impresso sulla carta la cicatrice delle lacerazioni, e ne ha fatto ferite costitutive, e sostanziali dell’immagine; per sottolineare che lo sguardo non può sfuggire al vissuto che fa capolino dal retro di ogni visione.
Certo, il collage digitale non diminuisce la forza dei fermo-immagine, ma gli conferisce l’aspetto ibridato del fotomontaggio. Lo spettatore annaspa nei gorghi puntinati dove l’immagine inciampa e la didascalia si slabbra, e l’occhio si sforza di restaurare il testo, eppure si perde nell’amalgama forzata dei layers, dei piani digitali incollati tra loro. Anche negli effaçages in mostra i contorni dell’immagine si dissolvono e spingono
Qui il cerchio si chiude, e l’immagine “qualunque” ritrova la sua matrice: fantastica, reversibile ed eterna, che ci sopravvive uguale e diversa. “Non esiste più un solo Michelangelo, ma ne esistono diversi, ognuno legittimato a far parte del mondo delle immagini. Così come esistono le automobili, le star del cinema e via dicendo” sembra voler ricordare l’autore (dal testo introduttivo alla mostra Pop Art Italia: 1958-1968). Ma attenzione ai “falsi d’autore”…
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