Fiammingo nella descrizione degli ambienti, tedesco nella durezza della matita, vangoghiano nella fisionomia spiritata, melanconico come un alchimista del Rinascimento, amatissimo dal pubblico e dall’editoria. Eppure Maurits Cornelis Escher (1898-1972) pare aver sofferto per qualche tempo di un certo ostracismo museale, quasi le sue opere fossero destinate al confino delle bizzarrie d’autore, capricci d’una “sorella minore” della pittura qual è ancor oggi considerata la grafica. Ma non è finalizzata ad una superflua riabilitazione del genere né ad un altrettanto pleonastico sdoganamento dell’autore la retrospettiva che, dopo il successo di Musei Capitolini, si trasferisce a Castel Sant’Elmo per raccontare in quattro capitoli vita e opere dell’olandese disegnante.
Manifesto del primo, veloce riepilogo della sua attività, le Mani che disegnano sintetizzano un pensiero decisamente più complesso
Razionale e limitato, l’infinito dell’artista si restringe nell’orizzonte dei paesaggi, protagonisti della seconda sala, ove l’accento è posto sul ruolo dell’Italia nella sua biografia umana e professionale. Cosa sarebbe stato Escher senza il Belpaese? Qui egli visse, amò (fu a Ravello che, inebriato dai profumi e dalla luce della Costiera, s’infiammò per Jetta Umiker, che sarebbe diventata sua moglie) e, soprattutto, viaggiò. Ma il suo non fu il solito Grand Tour dei forestieri agiati, quanto un vagabondaggio in realtà minime e isolate, non ancora contaminate dalla “civiltà”. Alle antiche rovine e alle cattedrali fastose il neerlandese preferì i dedali di casette e viuzze arroccati su cocuzzoli di colline, e perfino la monumentale Roma dei Papi, in cui pure visse a lungo, lo interessò solo al calar delle tenebre. Appunto all’Urbe sono dedicate le superbe incisioni della terza tranche, in cui l’illuminazione s’affievolisce per mostrare adeguatamente gli scorci notturni, in cui i più
Venuta meno l’Italia per motivi politici, pare si perda anche l’ispirazione. Il figlio dell’ingegnere trova allora conforto nella matematica e nell’ottica, cominciando a partorire le “stravaganze” che lo hanno reso celebre e sulle quali, alla fine del percorso, il pubblico si sofferma più volentieri. Curiosità in punta di lapis e bulino, giochi a rimpiattino col punto di vista e incastri in cui ordine e disordine precipitano l’uno nell’altro, in perpetua metamorfosi e dissolvenza.
Una monografica per tutte le età grazie anche all’approccio didattico, con esempi degli strumenti da stampa dell’epoca e un filmato introduttivo in cui, tra le pieghe dell’utile infarinatura preliminare, si scopre anche… una curiosa similitudine. Vi dice qualcosa un certo Zeno Cosini?
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anita pepe
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