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fino al 26.V.2008 | Jimmie Durham | Napoli, Madre

di - 9 Maggio 2008
Simbolo della legge costitutiva delle cose per i pitagorici e di perfezione e unità divina nel cristianesimo, il numero tre conserva il suo valore di completezza anche su un piano più “profano” e pratico. Al Madre di Napoli, infatti, tre sono le opere di una mostra-omaggio a Jimmie Durham (Arkansas, 1940; vive a Berlino).
Nonostante l’esiguità numerica, riassumono discretamente i perni della ricerca dell’artista, la sua poetica fortemente debitrice della storia di un popolo, quello dei nativi americani. Duhram è infatti un cherokee e, fin dagli anni ‘70, partecipa attivamente alla loro difesa, dapprima come membro dell’American Indian Movement e poi con la sua arte, fatta di concettualismi velatamente poveri nella misura in cui utilizza, per la realizzazione delle opere, quanto già costituisce materia di realtà.
Gli animali che troneggiano nel cortile del museo hanno corpi in cemento armato e zampe di ferro, e giacciono “colpiti da una misteriosa pioggia acida” in posizioni mortifere accanto a brandelli di mura, i cui interni colorati e la presenza di murales suggeriscono che un tempo erano abitate. La realtà è setacciata dall’artista, che puntualmente fornisce, adottando dimensioni macroscopiche, una visione al microscopio sul mondo. Ingrandire significa allora evidenziare, palesare una società corrosiva che, distruggendo il mondo, distrugge anche se stessa.
Una seconda “foresta” la si trova invece in un angolo della chiesa di Santa Maria di Donnaregina, fatta di scrivanie, un piccolo archivio-libreria e un divano. È l’intricato spazio del lavoro, realizzazione dell’individuo, motore della società occidentale, che nell’arte di Duhram diventa fragile sotto il peso opprimente di una composta colata di cemento, la quale sgretola i simboli del dio sociale e, con essi, l’identità fittizia di un’umanità felicemente e dannatamente stacanovista.

Qui allora l’artista sembra approfondire quel discorso di sapore greenpeaceiano soltanto accennato nel cortile: non è un terremoto -e dunque un cataclisma naturale- a devastare l’ufficio, ma una materia artificiosa e urbana quale il cemento. Ironizzato e sprezzato, l’occidentalismo appare come un castello di carte che si ripiega su se stesso, mortificato e abbattuto dalle stesse mani che lo hanno costruito.
La componente dissacrante dell’arte di Durham bruscamente s’interrompe dinanzi all’abside dell’antica chiesa, in un idilliaco incontro tra sacralità totemica e spirito cristiano. Something (Perhaps a Fugue or an Elegy) è giocosa allegoria dell’esistenza, pensata nel suo esser fatta di momenti, azioni, situazioni diverse, esemplificate nell’assemblage di oggetti tra i più disparati: uno stereo, una piccola scultura, una cassetta… Con le loro altezze e tridimensionalità diverse, movimentano la rettilineità di un percorso concepito orizzontalmente per essere agevolmente percorso dallo spettatore fino all’incontro tra vita e morte nel riflesso di uno specchio.

Che, “guardando” gli oggetti, diventa metafora di questultima e, conseguentemente, metabolizzazione dell’esistenza. Necessaria per raggiungere il mondo degli spiriti, suggerito da un cartello con su scritto “TOP”. Quando l’arte osserva la vita.

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mostra visitata il 21 aprile 2008


dal 29 marzo al 26 maggio 2008
Jimmie Durham
a cura di Mario Codognato
Madre – Museo d’Arte Donna REgina
Via Settembrini, 79 (zona San Lorenzo) – 80139 Napoli
Orario: da lunedì a venerdì ore 10-21; sabato e domenica ore 10-24
Ingresso: intero € 7; ridotto € 3,50
Catalogo Electa
Info: tel. +39 08119313016; www.museomadre.it

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  • a mio avviso, questa recensione scientificamente valida manca di un'informazione non trascurabile, e cioé che tutte le opere presentate provengono da una collezione privata. con tutto quello che ne consegue (e che al 90% è e resterà oscuro ai comuni mortali)

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