La rapida sequenza dei ritratti dà al coro degli sguardi dipinti l’aura di testimoni, assisi lungo la via crucis del pittore. Con molti di loro Carlo Levi condivise il sacrificio della sua libertà di reietto, nutrendo insieme una strenua fede “rinascimentale” contro l’eresia nichilista della guerra. Una via crucis lunga un decennio, dal ’38 al ’48, durante il quale Levi snocciola idee come perle di un rosario, un calvario della mente che spiega l’alchimia tanto terrena dei suoi generosi presentimenti. Così vince anche lui la “paura della pittura”, come la chiama in un suo saggio del ’42, ora in catalogo: caricando la tela con colori che sembrano aggrapparsi in gorghi e stare in vertiginoso equilibrio, aggrovigliati sul punto di sciogliersi. Ed è chiaro il perché del suo cauto esultare: siamo liberati, e non già liberi, perché non si ha libertà senza una liberazione, senza che alla vita sia restituita l’esistenza, alle passioni perdonati gli eccessi e alle speranze risarcito il danno delle delusioni.
Quei visi si incarnano nel colore stentatamente, come frutti decidui costretti in una cesta di vimini, e come le nature morte qui esposte, che sono destinate a sfiorire. E proprio l’esser còlti nell’istante maturo rende anche questi volti umani saturi di un sapore riposto. Ciascuno di essi evoca di per sé una “liberazione”, rendendo
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grande carmensita! continua così alla grande!
baci
Non è uno scherzo...sono sempre io...carmen metta tua cugina...wa sei proprio brava....ho letto i tuoi articoli...complimenti...continua così..