Ferite e cicatrici. Rammendate col filo spinato, punti di sutura sul corpo della tela, specchio deformante di una felpata tragedia dell’assurdo. La violenza c’è, ma non si vede. Perché, per Tommaso Ottieri (Napoli, 1971), a Napoli la guerra è dato di fatto genetico, una tabe ereditaria iscritta nella mappa cromosomica di un popolo indifferente e rassegnato, unicamente prudente nello scansare la ferocia che deflagra a pochi centimetri dalle sue scarpe. Proprio così: qui le bombe ci piovono sulla testa e manco ce ne accorgiamo. Qui l’esistenza dis-umana scorre comunque, nel basculante quieto convivere tra Stato e Antistato, e la gente non vede i micidiali aeroplani incombenti nel cielo allucinato, affannata com’è ad acchiappare le occasionissime dei saldi. E invece è la vita stessa ad essere sottocosto, in una realtà messa in croce anche nell’allestimento, con i dipinti coricati su lastre di ferro che la salsedine del mare vicino e l’umidità dell’ambiente espositivo progressivamente arrugginiscono, quasi evocando la corrosione morale indotta dalla fascinazione, pericolosa ma poco allarmante, delle Sirene cattive, nipotine degeneri della mitica fondatrice Partenope.
Un allestimento che rivela la solida premessa progettuale di artista e curatrice, entrambi architetti, e veste la Sala delle Prigioni da chiesa sconsacrata attraverso una serie numerata di “pale” monocrome, nate dalla fotografia e riversate in un iperrealismo che, di velatura in velatura, finisce con l’evaporare in un virtuosismo di segno fluttuante, con prove più definite rispetto ad altre (ottima la Stazione Marittima, miraggio annegato in un vino nero e pastoso). Impasti di pigmento elementare, con l’andamento della pennellata a decidere le fughe e il dinamismo compositivo.
E la formazione universitaria gioca anche nell’individuare luoghi emblematici da riempire di carri armati, ordigni, bombardieri, paracadutisti, disseminati tra porti, vicoli e ipogei per segnare, in modo contraddittorio e opprimente, e tramite l’uso parossistico di prospettive distorte e improbabili, la distanza storica tra i conflitti ricordati nei libri e quelli riferiti dai bollettini della cronaca nera. Impresa difficile, in una città tanto stratificata e così poco “moderna”, già dilaniata di suo e in bilico su una fragile crosta di macerie, che spesso si arrende all’evidenza di un’anonima integrazione tra disastri di ieri e di oggi, talché la catastrofe epocale si stempera nell’accidente quotidiano. Scorcio di contemporaneità sarebbe teoricamente Scampia, dove però, nel rigore Bauhaus dell’impianto pittorico, l’impatto si smorza ancor di più, con gli spitfire ronzanti fra i palazzoni come zanzare discrete, quasi lanciassero volantini pubblicitari e non le bombe che, come inoffensive spade di Damocle, restano a galleggiare nell’atmosfera ammorbata. Minacciata, alla rovescia, da un suolo mortifero, sul quale le Sirene modulano un canto chioccio e rugginoso, come le onde che sciacquettano snervate contro Castel dell’Ovo e ad ogni colpetto blandamente s’informano: Napoli, ci sei?
anita pepe
mostra visitata il 3 luglio 2006
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