No, non è dolce naufragare nel mare che Giovanni Anselmo (Borgofranco d’Ivrea, 1934) ha preparato per la riapertura di stagione da Alfonso Artiaco. D’altra parte, se così avesse voluto, l’artista avrebbe sparpagliato sul pavimento della galleria –la cui pezzatura, purtroppo, non costituisce uno sfondo esaltante per l’opera- soffici cuscini e non pietre massicce. Una scelta ovvia e naturale nell’economia di un percorso che, pur riproponendo qui alcuni valori fondanti della propria estetica -la riflessione sul peso e sulla materia- sembra derogare rispetto a quella poetica solitamente ricondotta in una trama d’energie bloccate, in quel tumulto segreto di tensioni e torsioni ravvisato dalla critica fin dall’esordio poverista.
Ad ispirare questa installazione, invece, sembra essere stata piuttosto l’espansione di una forza che, non più trattenuta, ha riempito senza violenza l’ambiente, per suggerire all’intuito una serie di associazioni. Immagini arbitrarie e intermittenti, che parlano di convergenza come di dispersione, i blocchi grigi possono assumere l’aspetto d’una schiera, che si raccoglie intorno ad una guida o si dirige verso un’unica meta, ferma sul crinale dell’orizzonte. Basta però salire su questi “sassi” ben squadrati e levigati per diversificarne le possibili letture. La scena, allora, diventa quella d’un naufragio o d’una navigazione a vista, vissuta bordeggiando sinuosamente nel dedalo di zattere di pietra o tentando un periplo intorno all’ile flottante. Un pantano di terra anch’esso alla deriva, con una bussola infilata nel cuore per trovare un corso nella corrente.
Nel muto accavallarsi di ipotesi e percezioni, l’occhio è inesorabilmente attratto verso un unico approdo: una lingua blu e violetta dalla texture vellutata, fessura sull’Oltre aperta nella parete grazie al colore. È questo il fuoco visivo e concettuale dell’opera, il nucleo dei dissidi generati dall’irrisolvibile contrapposizione tra finitezza fisica e dilagare delle proiezioni mentali (che qui finiscono col prendere il sopravvento su quelle concrete). E’ il perno di un discorso dal tono greve, ma che ambisce ad alitare nel cosmo almeno uno stralcio di questa piccola parabola ulissiaca, in cui il desiderio di varcare i confini del mondo dato si culla nella sua stessa frustrazione.
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