Per Carl Andre (Quincy, 1935; vive a New York) è un’abitudine richiedere
all’osservatore un completamento nella fruizione dell’opera. Il suo “pavimento”
di 243 omologhe lastre d’acciaio è muta presenza a-narrativa, a-rappresentativa,
a-metaforica, secondo la migliore tradizione minimalista, e proprio perciò è
pronto a prender vita, come le assi di un palcoscenico, se calpestato.
Dall’attore, che con rivoluzione copernicana coincide con
lo spettatore – il visitatore della mostra – integrato quale protagonista nell’opera
dal suo gesto. E l’azione reale (presentazione, mai rappresentazione) che nasce
col suo casuale camminare è leggibile e fruibile su più piani. La lieve
vertigine della momentanea perdita di baricentro dovuta agli impercettibili
dislivelli delle lastre e della base su cui queste poggiano offre un canovaccio
esperienziale ed emotivo, incrementando anche la percezione delle peculiarità
del concreto contesto ospitante.
La stessa fioca differenza di rilevo suggerisce uno
svolgimento scultoreo esteso nel tempo, plasmando livelli e volumi non solo
nell’oggetto, ma soprattutto, insieme alle invisibili forze della dinamica e
della gravità, nel corpo del fruitore, modulandone il diverso modo di muoversi
come risposta fisica di adattamento per contrastare lo sbilanciamento.
Le innumerevoli, sottilissime variazioni del metallo,
venato di sfumature grigio-azzurre mai identiche pur nella serialità della
produzione, propongono un diverso vissuto estetico e visivo. Gradazioni
cromatiche e luministiche sottilmente indagate anche in Camera #7 di Gioberto Noro (Sergio Gioberto, Torino, 1952, e
Marilena Noro, Rosta, Torino, 1961; vivono a Torino). E a decidere è ancora la
casualità zen, o l’”inconscia verità” – l’opposto dell’inconscio tecnologico
vaccariano – dell’oggetto fotografato, il modellino di una stanza vuota, mosso
fino a intercettare l’illuminazione adatta.
“Ma è ‘lui’ a sceglierla, e non si interferisce”. E “lui” si personifica davvero, perchè
le “camere mentali” del duo sono prosceni per l’inferenza dell’osservatore,
psicodrammatiche “sedie vuote” per aneliti e turbamenti, la cui irreale
plausibilità è enfatizzata dalla digitale “pelle” cementizia e dalla singolare
consonanza morfologica e luminosa con lo spazio ospitante, la nuova project
room di
Artiaco.
Ancor più convincenti degli altri scatti sul rapporto
modernità-natura, “sovrapposizioni di trasparenze” e di dimensioni esistenziali che
evitano il pericolo decorativo e lezioso della fotocomposizione. E, dalla muta
materia,
nuovamente spunta l’uomo.
Carl
Andre da Alfonso Artiaco nel 2008
FotoGrafia
Roma 2010 – Futurspectives
mostra visitata il 16 settembre 2010
dal 16 settembre al 6 novembre 2010
Carl Andre / Gioberto Noro
Galleria Alfonso Artiaco
Piazza dei
Martiri, 58 (zona Chiaia) – 80121 Napoli
Orario: da
lunedì a sabato ore 10-13.30 e 16-20
Ingresso
libero
Info: tel. +
39 0814976072; fax +39 08119360164; info@alfonsoartiaco.com; www.alfonsoartiaco.com
[exibart]
Il Parcheggio Lancia di Torino e la Fondazione Merz ospitano un progetto site specific di Maria Talotta, un percorso tra…
Fino al prossimo 5 settembre, gli spazi di Marignana Arte e Marignana Project a Venezia ospitano due mostre personali, tra…
Da Burri a Maria Lai, da Piero Manzoni a Nicola Samorì: al MAXXI di Roma il messaggio francescano diventa una…
La nuova mostra di Alfredo Maiorino allo Studio Trisorio di Napoli ripercorre l’evoluzione della sua ricerca, dalle superfici monocrome alle…
Dardust ci racconta Sommersivo, l’installazione sonora alla Biennale d'Arte di Venezia, per una riflessione sul ruolo dell’Intelligenza Artificiale nella creatività…
Viaggio nella memoria visiva della Grande Guerra: fotografie, cinema, scrittura e arte nel denso volume che accompagna la mostra al…