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Fino all’11.II.2017 | Eulalia Valldosera, Plastica Mantra | Studio Trisorio, Napoli

di - 1 Febbraio 2017
Nel 1988, Nature pubblicò un articolo a dir poco sconvolgente che lasciò con il fiato sospeso non solo la comunità scientifica ma tutto il mondo. «Degranulazione dei basofili umani indotta da una soluzione altamente diluita dell’anticorpo anti-IgE», era il titolo che riassumeva l’esito dell’audacissimo esperimento condotto da Jacques Benveniste. Il direttore dell’Unità 200 dell’Istituto Nazionale di Ricerca Medica, una delle maggiori istituzioni scientifiche francesi, riuscì a ottenere un effetto molecolare, la degranulazione, grazie a una soluzione acquosa così diluita da non contenere più alcuna molecola che avrebbe potuto produrlo, dimostrando la persistenza di una traccia nella memoria dell’acqua. Un po’ come dire che un uomo può essere mangiato non da uno squalo ma dal ricordo della voracità di uno squalo che, una volta, si è trovato a passare da quelle parti. L’esperimento, pur ripetuto, non fu mai confermato, Benveniste fu tacciato di cialtroneria ma per alcuni diventò il nuovo Dreyfus, comunque gettando le basi per una lunga sequela di teorie del complotto che, in tempi di post verità, risultano interessanti almeno da un punto di vista narrativo.
A prescindere dalle basi scientifiche, immaginare che l’acqua – un elemento talmente primordiale e così prossimo a certi termini della contemporaneità, come liquidità e resilienza – riesca a esprimere una propria percezione è un concetto affascinante, suggestivo. Forse non rassicurante, se consideriamo l’altissimo livello di inquinamento che, ormai, ha condizionato irrimediabilmente l’ecosistema marino, in particolare quello del Mediterraneo che, con 38 milligrammi per metro cubo di catrame pelagico, è il mare più inquinato al mondo. Ed è questa idea catastrofica e poetica che Eulalia Valldosera (Barcellona, 1963) ha interpretato per “Plastic Mantra”, «un canto di guarigione delle acque marine e dell’isola di Capri».

Dai suoi esordi, la ricerca dell’artista catalana ha esplorato le diverse declinazioni della semantica relazionale, dalla simbologia sociale e collettiva dei ruoli, alle dinamiche di interdipendenza tra individui, classi e culture, spesso agendo con il linguaggio del corpo. Seguendo una direzione performativa che ha privilegiato la sfumatura e il sussurrato, con accentuate tendenze mistiche, Valldosera, per la sua terza mostra negli spazi dello Studio Trisorio, così vicini al mare, ha esplorato la zona costiera di Napoli e Pozzuoli, alla ricerca di una sapienza ancestrale, ctonia. In questa prima parte del progetto, ha seguito i serpeggianti rivoli sotterranei dei Campi Flegrei e le fredde correnti che uniscono il Golfo alle sue isole, percorrendo i passi lasciati da antiche sacerdotesse, rievocando la gestualità misterica insita nell’interpretazione degli elementi naturali, la cui disposizione, come manifestazione di una volontà divina, doveva essere funzionale al racconto profetico degli umani destini. Medium del tempo trascorso sulle pietre, nei santuari, nella terra, nell’acqua, il corpo dell’artista è entrato in contatto con l’eredità degli spazi, come percorrendo «un archivio delle memoria» a cielo aperto, dice Rosa Martìnez, curatrice tra le altre cose della 51.ma Biennale di Venezia, che segue Valldosera dai primi anni ’90.
Le opere esposte descrivono la riflessione su quell’attraversamento, una sorta di elaborazione del rimosso che, in questo caso, è l’impurità. La fonte del perdono è l’opera visivamente più incalzante, composta da pentole e piatti sovrapposti, una torre babelica svettante e pericolosamente sbilanciata, le cui forme si riferiscono a tempi e usi diversi, dal triclinio romano al picnic postmoderno, ma rimandano all’identico rapporto problematico con l’acqua, che zampilla da alcune aperture e si raccoglie in una vasca rettangolare. Il flusso scorre a tempo con le sequenze di un video che, proiettato a parete, racconta, con alcune derive teatrali, la prima parte del progetto. Da tale collazione di ricordi e magie, scienza e irrazionalità, mitologia e scarti industriali, è definito anche Manto, un velo di plastica mosso da un vento artificiale e sostenuto da una corona di bicchieri colorati, sibilla leggiadra e volgare allo stesso tempo.
Mario Francesco Simeone
mostra visitata il 14 dicembre

Dal 14 dicembre 2’16 all’11 febbraio 2017
Eulalia Valldosera, Plastica Mantra
Studio Trisorio
Riviera di Chiaia, 215 – 80121, Napoli
Orari: dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 13.30 e dalle 16 alle 19.30. Sabato, dalle 10 alle 13.30
Info: info@studiotrisorio.com

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