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fino all’8.V.2004 | Niele Toroni – Vedi Napoli e poi… | Napoli, Galleria Alfonso Artiaco

di - 29 Marzo 2004

Il beau monde partenopeo non manca mai alle inaugurazioni di Alfonso Artiaco in Piazza dei Martiri, il salotto buono della città. Una folla composita – dal compassato intellettuale radical-chic al trasandato giovanotto engagé – entra, saluta, ritira il bicchiere d’ordinanza e passa in galleria. Uno sguardo alle opere e, tra i balconi e lo spazio espositivo, inizia il peregrinare da un crocchio all’altro: così, tra uno scambio di convenevoli e un inciucio politico, è ragionevole supporre che ci scappi anche qualche commento su quanto si è appena visto (niente di straordinario: il cicaleccio montante è la colonna sonora di ogni vernissage che conti e il successo di una mostra si misura anche in base al suo non vituperabile tasso di mondanità).
Insomma, gli appuntamenti di Artiaco sono un must e, dopo Giuseppe Penone e Bianco e Valente, l’irruente professore puteolano ha pensato di salutare la primavera con Niele Toroni (Svizzera, 1937). Quale sarà stato, stavolta, l’argomento principe della première? Certo, il colpo d’occhio all’ingresso era notevole – bianco abbacinante, atmosfera galattica – ma nessuno avrà gridato alla novità, né fra i neofiti né fra quanti abbiano già avuto un approccio più o meno significativo con l’opera dell’artista ticinese. A metà tra neoconcretismo e concettuale, da alcuni decenni Toroni è assertore di una pittura tautologica che, rigettando i dogmi della tradizione, si focalizza esclusivamente su una triade di base costituita da gesto, superficie e colore. Unico strumento, da sempre, il pennello n. 50, adoperato per imprimere con tocchi cadenzati le proprie “impronte”: segni ossessivamente sistematici e ripetuti con matematica regolarità ad intervalli di 30 centimetri, variando soltanto il timbro cromatico del pigmento e le dimensioni del supporto, con episodici sconfinamenti mimetici sulle pareti. Un procedimento sperimentato fin dagli anni Sessanta e che, puntualmente, Toroni ha adottato anche all’ombra del Vesuvio.
Per carità, niente di grave: un artista ha tutto il diritto di proseguire vita natural durante nella traccia di un linguaggio ampiamente consolidato e più volte replicato, senza avvertire l’esigenza di spingersi verso nuove frontiere espressive (tanto, ci pensano i critici a sostituire l’infamante stigma di “monotono” con l’infinitamente più rassicurante “coerente”)… ma perché proporre come installazione appositamente concepita per la galleria questo ennesimo “opus quadratuum”, di fronte al quale ci si sente giocoforza assalire da una sensazione di dèjà vu? (d’autore, per carità, ma pur sempre dèjà vu) Visto il titolo della mostra, si confidava nella potenza fantastica delle muse partenopee. E invece, a quanto pare, stavolta hanno fatto flop. “Vedi Napoli e poi…”. E poi?

anita pepe
mostra visitata il 15 marzo 2004


Galleria Alfonso Artiaco
P.za dei Martiri 58-I 80121 Napoli
Dal lunedì al sabato ore 10.00 –13.00 e 16.00-20,00.
Tel 081 4976072 – Fax 081 19360164
info@alfonsoartiaco.com


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Visualizza commenti

  • Gentile Anita,

    le muse partenopee non hanno fatto flop. Alla mostra si è visto solo quello che era evidente vedere ossia le impronte di pennello n°50 ripetute ad intervalli di 30 cm. Così è se vi pare

  • Finalmente qualcuna che dice semplicemente ciò che pensa e con chiara cognizione di causa
    infischiandosene dello "stracotto" "grande" artista e del suo anfitrione... un pò permalosetto e presuntuosetto in verità. Si sussurra in giro che da quando ha lasciato "Puteola" per Neapolis non ne abbia azzeccata niuna.
    Anche i "grossi" piangono.
    Complimenti Anita.

  • Anita,complimenti per l'articolo.
    E' la prima volta che leggo un articolo di arte contemporanea non "leccato" ma sincero e......leggo proprio tanto!

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