Giacinto Cerone, L'angelo necessario. Veduta dell'allestimento con la serie delle Malerbe, maiolica, 2002. Ph Francesco Bondi
Giacinto Cerone è stato uno dei più originali e liberi scultori italiani, e Faenza è stata una meta preferenziale fin dal 1993, quando presso la bottega Gatti realizzò una serie di ceramiche smaltate utilizzando tecniche di lavoro forse poco ortodosse ma di forte espressività e sperimentando un grande varietà di colori e forme. L’irruenza del suo linguaggio si è sempre misurata già a partire dai materiali e dalle tecniche: legno, ceramica, plastica, metallo, marmo, gesso e pietra impiegava per la produzione scultorea, totale totale e senza resti; velocità e gestualità erano sue alleate nella pratica del disegno, per lo più indipendente dalla realizzazione delle opere plastiche.
L’angelo necessario riflette il procedere dello scultore come fosse un gesto unico, senza soluzione di continuità tra materia e forma, vita e morte, pur nella diversità dei materiali e delle sale tematiche ricreate sfruttando la configurazione stessa dello spazio espositivo del MIC di Faenza. Realizzata col coordinamento scientifico dell’Archivio Cerone e il sostegno di collezionisti privati come Luigi Ghirlandi e Davide Servadei e delle gallerie di Matteo Boetti e Rodolfo Gasparelli, la mostra raccoglie opere inedite, disegni, gigantografie dell’artista al lavoro con legno, ceramica, gesso e materiali documentari, restituendo la figura di uno scultore a tutto tondo che procedeva con un fare anarchico e istintivo, arcaico e sperimentale, lucido e razionale pur nella sua sintesi plastica emozionale, inconscia e carica di poesia.
«Giacinto Cerone ha affrontato nella sua intera opera temi contrastanti – afferma il curatore Marco Tonelli – e profondi della nostra cultura: la vita e la morte, la ferita e la bellezza, l’abbandono e la reazione, simboleggiati da figure rotte, ricomposte, totemiche e funerarie, elegiache e impulsive, rigide e vitali. Potremmo leggere la sua produzione come un sismografo di inquietudini private e ansie collettive, spesso rimosse per quieto vivere o soffocate da apparati normativi. Il suo è stato un atto totale che, come scriveva Carmelo Bene riferendosi ai geni creativi, era anche “giocare altrove”, soprattutto per chi voglia ancora oggi comprenderlo e condividerne le sollecitazioni esistenziali».
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