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Fourteen ArTellaro. Arte nel golfo dei poeti

di - 5 Settembre 2018
Tellaro è una frazione del comune di Lerici, in provincia di La Spezia. Tra le vie che portano all’incantevole borgo si trova un piccolo spazio che da due anni è impegnato in mostre di arte contemporanea. L’arte e tutti i suoi linguaggi vedono in “Fourteen ArTellaro” uno spazio libero dove esprimersi lasciandosi ispirare da una traccia tematica che ogni anno cambia. Artisti affermati e altri più giovani hanno contribuito a questo interessante e innovativo progetto, tra i tanti ricordiamo Leonardo Petrucci, Marina Paris, Davide Dormino, Caterina Silva, Paolo Assenza, Igor Grubice e anche Iginio De Luca, il quale sarà protagonista della presente rassegna “La superficie accidentata” con l’opera installativa Solarium il prossimo 8 settembre. Abbiamo incontrato Gino D’Ugo, co-fondatore di Fourteen ArTellaro.
In una passata intervista ha sottolineato la matrice “indipendente” dello spazio, evidenziandone la libertà di svincolarsi dal “sistema dell’arte”. Quindi, come possiamo definire “Fourteen ArTellaro”?
«Il “sistema arte” è come il sistema solare con un suo ordine e una sua visibilità contenuta rispetto a una dimensione più ampia composta da tanti sistemi che formano un universo. Fourteen vuole essere un “osservatorio” e, come tale, andare a esplorare nell’universo frammentario e a compartimenti più o meno definiti, le diverse realtà che si muovono nell’intero sistema dell’arte. Le rassegne che presento ogni anno esprimono un concetto specifico e un titolo che fanno da filo rosso, a cui artisti di differenti stili, attitudini e ambienti si attengono apportando una loro visione e svelando alcuni passaggi dell’intero concetto. Ciò che si vuole proporre è la differenza e l’unicità rappresentata dal processo di individuazione di ognuno di loro, con un rapporto inclusivo rispetto alla rassegna ed esclusivo rispetto alla preparazione della singola esposizione. Chiaramente l’interesse non si muove tanto sullo stile o maniera, quanto sul concetto specifico che c’è dietro ogni esposizione e che scava nel concetto generale il suo particolare. Il sistema del mercato ha spesso verso l’artista un’aspettativa che richiede la riconoscibilità di un prodotto per la sua vendita. Da un approccio di intuizione, ricerca e lavoro che genera molte opere interessanti, successivamente, nella richiesta del prodotto, derivano ripetizioni noiose. Credo che il lavoro dell’arte non si esplichi dalla ripetizione nella ricerca del perfetto quanto piuttosto dall’inatteso, dalla sproporzione e dal misurarsi con l’errore. Questi sono i presupposti generali ovviamente, da cui le eccezioni restituiscono l’idea della regola. All’artista che viene, di volta in volta, ospitato non si chiede affatto di essere uguale a sé stesso, se non di essere conforme a sé, cioè una forma di onestà. Non c’è interesse per la vendita quanto, invece, per il concetto etico o lirico espresso. Non ho assolutamente nulla contro il commercio dell’arte, che permette il sostentamento dell’artista. Il pensiero che il lavoro di un’artista debba essere gratuito trovo sia un abominio, e questo riguarda soprattutto il sistema istituzionale che troppo spesso nell’idea di promuovere l’arte e la cultura in realtà la sfrutta. Il sistema museale può dare visibilità all’arte per il pubblico e sviluppare con quest’ultimo una dimensione dialettica. A patto, però, di metterci del suo al livello finanziario».
Nel particolare periodo storico che stiamo vivendo che ruolo ha l’arte secondo lei? Che responsabilità hanno gli artisti?
«Ecco, questo mi sembra un elemento interessante, la “contemporaneità”. Si è speculato e abusato di questa parola spesso come alla moda del momento, come al nominare l’arte, gli atteggiamenti e le correnti sempre come se fosse un determinato nome a creare lo specifico. Allora si parla di arte politica, di arte sociale, di arte figurativa, di arte concettuale, se non di arte legata a questa o quella maniera, a questo o a quel tecnicismo. Da qui, poi, l’atteggiamento a dividere col genere. Se penso alla contemporaneità, penso a come vanno le cose oggi, e penso che gli artisti abbiano un gran lavoro su campo aperto da fare. E questo ha a che vedere con la percezione, l’etica, con l’estetica, con la bellezza reale, che non è né quella dei rotocalchi né quella delle masse. Come dire, l’arte non fa share.
La responsabilità è quella di essere il termometro della contemporaneità e, quindi, osservare e rielaborare ciò che gli artisti vedono e che vivono quotidianamente, dare valore a ciò da rendere evidente o a ciò che c’è da custodire, a volte omettere con scelta di cancellazione ciò che non piace. Amministrare la bellezza ha sempre a che fare col gusto e col disgusto, è probabilmente questa la responsabilità dell’arte contemporanea. La relazione che c’è tra sé e il mondo esterno, evitando l’io». (Valentina Muzi)

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