Categorie: Opening

Tutti crocifissi insieme appassionatamente

di - 26 Gennaio 2018
Negli ultimi decenni rimbalzano spesso notizie su nuovi crocifissi “scandalosi” dal dubbio valore artistico, messi in mostra e poi “censurati”, che attirano l’attenzione dei media.
Ma a volte proprio l’opera d’arte che fa scandalo è atto di fede. Come nel caso del body artist Chris Burden che, nella performance Trans-Fixed (1974), appoggiato al paraurti posteriore di un Maggiolino Wolkswagen, si stende sul baule dell’auto, a torso nudo e allarga le braccia sul tetto a imitazione del Cristo crocifisso. Dopo essersi fatto letteralmente inchiodare il palmo delle mani, per due minuti il motore dell’auto va a massima velocità. Burden, che nel titolo della performance allude al concetto di transustanziazione (il processo attraverso il quale il pane e il vino dell’Eucaristia diventano il corpo e il sangue di Gesù), ha interpretato così Gesù nel ruolo di martire moderno della nuova società consumistica, rappresentata appunto dalle macchine nella cultura californiana delle autostrade e, nel contempo, ha reso impotente l’idea che il corpo umano sia regolato dalla legge.
Quando Kendell Geers, artista sudafricano, realizza nel 1994 TW (I.N.R.I.), che presenta un ordinario Crocifisso impacchettato da comune nastro segnaletico stradale bianco e rosso utilizzato nei lavori in corso, vuole recludere alla vista diretta un simbolo che “inconsapevolmente” si è visto tramutare da salvazione a sopruso. Ma forse l’Artista ci invita anche a isolarlo, e fare molta attenzione: attenzione a non attraversare “la zona”, a non calpestare qualcosa (il Crocifisso) già incidentato.
Quando, invece, l’artista statunitense Andres Serrano ha scioccato il pubblico con l’ormai nota opera Piss Christ presentata nel 1987, immergendo un crocifisso nel sangue e nell’urina e ricavandone un’immagine fotografica, si propone di richiamare i valori “consustanziali”, il mistero cristiano dell’incarnazione. Ovvero, rievoca la storica piaga delle canoniche diatribe cristologiche: la separazione tra corpo e spirito, tra essenza e sostanza.
Ci sono artisti oggi per i quali la Crocifissione rimane un’invidiabile metafora. Con tutto lo scandalo che l’impiego della metafora reca con sé. È il caso di Filippo Berta (1977) e della sua performance “A nostra immagine e somiglianza”, realizzata per la 6° Biennale di Salonicco nel 2017, e riproposta questa sera a Mestre, in via Torino 107/C, come il primo capitolo della mostra personale, a cura di Angel Moya Garcia, che si terrà presso la Galleria Massimodeluca sabato 17 febbraio prossimo.
La performance prevede un’azione collettiva in cui un gruppo di persone sono impegnate a fissare dei chiodi al muro in punta di piedi, in modo da raggiungere il punto più alto concesso dai loro corpi, su cui vengono appesi dei crocifissi identici. Il risultato diventa un limite invalicabile, irregolare e soggettivo verso un’ipotetica perfezione divina che ogni essere umano tenta inutilmente di raggiungere. Questa attitudine è una schiavitù inevitabile – sembra dirci Filippo Berta –, forse perché l’essere umano è il confine posto tra l’ordine del sovrumano e il disordine del corpo. (Cesare Biasini Selvaggi)
Filippo Berta. A nostra immagine e somiglianza
performance a cura di Angel Moya Garcia
sabato 27 gennaio
ore 19.30
via Torino 107/C, Mestre

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