Categorie: Opening

Wal e la carica dei Nuovi-nuovi |

di - 19 Maggio 2017
Mercoledì scorso è stato il turno di Luigi Ontani. Oggi è quello di Walter Guidobaldi, in arte Wal. Questa settimana, infatti, è la seconda volta che mi capita di imbattermi nella mostra personale di un esponente dell’ormai storica pattuglia dei “Nuovi-nuovi”, reclutata da Renato Barilli sul finire degli anni Settanta. Quello perseguito dai “Nuovi-nuovi”, così come dai movimenti concorrenti della “Transavanguardia” di Achille Bonito Oliva e degli “Anacronisti” di Maurizio Calvesi, è stato un programma di reazione al clima freddo e intellettualistico, per quanto significativo e fecondo, prodotto dalle poetiche del ’68, in particolare a quelle “concettuali” con il “grado zero” della pittura, nonché alla destinazione sociale e politica dell’attività artistica. Certo i Nuovi-nuovi sono partiti da una condizione di evidente debolezza rispetto agli altri gruppi coevi degli anni Ottanta, Transavanguardia in testa, decisamente più compatta e con un maggior sostegno critico e commerciale alle spalle. Eppure questa loro debolezza iniziale si è trasformata, nei decenni, in una loro longevità. È un dato di fatto. A giudicare dalla notorietà internazionale conseguita da alcuni leader dei Nuovi-nuovi, da Ontani per l’appunto, ma anche per esempio da Salvo e Luigi Mainolfi, oppure dagli altri, subito in posizioni di rincalzo, come Marcello Jori, Aldo Spoldi, Giuseppe Salvatori, Felice Levini, Bruno Benuzzi e, tra loro, anche il nostro Wal.
Wal manifesta subito, sin da giovanissimo, tutti i “sintomi” tipici dei Nuovi-nuovi. Dalla proverbiale leggerezza ludica, che arriva a richiamare alla mente alcune poesie di Aldo Palazzeschi, alla connessa emotività del colore e alla pratica di un’arte manuale (nel doppio significato di “fatto a mano” e “da manuale”). E proprio tutto questo ci aspettiamo di trovare nella sua mostra che si inaugura questo pomeriggio a Roma. Un tripudio di sculture albine o colorate, in un caleidoscopio di marmi, ceramiche, bronzi, resine, incisi, scolpiti, stampati, plasmati, tessuti a mosaico, con il loro originale bagaglio di figure fantastiche e animali fiabeschi. Insomma, un’inedita “succursale” del “Paese delle meraviglie” di Alice in un contesto, come la Casina delle Civette di Villa Torlonia, già di per sé “magico”, dove il tempo sembra essersi arrestato. Ma attenzione alle apparenze (stessa avvertenza da tener presente anche di fronte alle opere di Ontani e degli altri ex Nuovi-nuovi). Perché c’è sempre un messaggio subliminale dietro l’angolo. Non lasciatevi ingannare dagli scherzi e dai sollazzi dei putti-monelli di Wal o dalle acrobazie dei suoi animali spericolati. Sono la metafora dell’irrazionalità dell’odierna globalizzazione. Ma, forse, sono anche qualcosa di più: un passepartout per entrare in contatto, anche solo per un istante, con un mondo possibile, ma poco probabile, dominato dall’immaginazione, nel quale la vita riesce ad assumere le sembianze del gioco, del fare, immersa armoniosamente nella natura. (CBS)

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