Categorie: parola d'artista

exibinterviste – la giovane arte | Davide Avogadro

di - 30 Settembre 2005

Come sei diventato un artista?
Un bel giorno di 23 anni fa, a mio padre venne la bella idea di iscrivermi ad un corso serale di pittura, qui a Vigevano.

E come l’hai presa?
La cosa lì per lì non mi divertì affatto. Passavo tutto il santo giorno a disegnare e ad inventare storie a fumetti (cosa che faccio tuttora per le mie figlie) e avevo una passione sfrenata per i maestri rinascimentali. Eppure non mi esaltava l’idea di passare le mie serate adolescenziali davanti ad un cavalletto.

E’ andata a finire come?
Direi bene… E’ andata a finire che ora ci insegno, in quella scuola organizzata come un’antica bottega.

Questa la tua formazione?
Non soltanto: mi sono iscritto al liceo artistico con fortune alterne (ma non sto qui a parlare dello sfacelo di questa istituzione); poi all’Accademia di Belle Arti, con l’illuminante idea di mio padre (ancora lui) di mandarmi all’avventura, da solo ad Urbino. Che per me resta una città persa nel nulla. Se dovessi scegliere ora, i miei figli li manderei in una grande città europea.

Ma anche quella volta ha avuto ragione tuo padre…
Devo ammettere che allora, nell’ormai lontano 1988, conoscere artisti come Pier Paolo Calzolari, ma anche studenti colleghi con i quali intavolare tribolate discussioni, è stato il momento determinante per proseguire in quello che, forse, avevo iniziato quasi per caso.

Se dovessi scattare un’istantanea del tuo lavoro, quali parole useresti?
Direi che dipingo figure fangosamente imprigionate in se stesse; umani che non lo sono più. Ecco, direi che dipingo ricordi di umani.

Quali gli artisti che hai amato e che segui?
In ordine sparso: Bjork, i disegni di Michelangelo, le ombre del Caravaggio, Bacon e Tano Festa, l’opera di Kaye Donachie (che mi piacerebbe conoscere meglio) e i paesaggi di Franz Baumgartner. E ancora: la velocità del segno di Boldini, gli inquietanti personaggi di Ryan Mendoza, Neo Rauch, Federico Guida ma anche Cecily Brown, Philip K. Dick, Pier Paolo Pasolini, Basquiat, i fumetti di Andrea Pazienza, gli accessori di Chiara, Sergio Endrigo, Nicky Hoberman e così via.

Pregi e difetti quando lavori.
Penso di non aver paura di cambiare, di essere aperto a nuovi stimoli alcune volte anche ingenuamente (come dice mia moglie). Molte volte mi agito e fumo troppo.

E lontano dal lavoro?
Pregi? Due figlie. Difetti? Alcune volte mi rilasso e fumo troppo.

Una persona davvero importante attualmente?
Sicuramente chi mi è vicino. Cito solo Giovanelli, la cui identità è nota solo ad altre due persone oltre me.

Come vivi il rapporto con i tuoi galleristi o comunque con le persone che si occupano di promuovere e vendere il tuo lavoro?
Solitamente non mi vedo spesso con chi promuove il mio lavoro. Con alcuni i rapporti sono di amicizia e stima, con altri sono più distaccati. Molti di quelli che non vedo da parecchio tempo mi piacerebbe ritrovarli; di altri, invece, non vorrei nemmeno sentire il nome.

E con i critici e con la stampa?
Fino a qualche anno fa realizzavamo, io e Piersandro Pallavicini (i testi erano suoi), dei piccoli cataloghi autoprodotti, non legati a mostre in gallerie. Ci siamo sempre divertiti a impostare la parte critica in maniera inusuale e bizzarra, attraverso brevi racconti o improbabili telefonate tra personaggi di vecchi telefilm di fantascienza anni Settanta. Irresistibili e insuperati. Recentemente è stato Maurizio Sciaccaluga a chiarire perfettamente il senso della mostra “Io, chiunque, nessuno”, allestita lo scorso anno alla galleria Factory di Modena.

Una cantonata?
Qualche anno fa in un settimanale hanno paragonato alcuni miei dipinti a quelli di de Chirico.

E allora, che c’è di male?
C’è di male che io odio Giorgio de Chirico!

Che rapporto hai col luogo in cui lavori. Parlaci del tuo studio…
E’ il posto dove passo la maggior parte della mia vita, non ci rinuncerei mai. Anche quando non dipingo è un buon posto dove potersi rifugiare specialmente alla mattina molto presto.

Come si lavora a Vigevano?
Potrei lavorare in qualsiasi altro posto se ce ne fosse la necessità, ma la difficoltà sta nel dover spostare gran parte delle cose che ho in studio. Ne sentirei la mancanza, anche di quelle inutili. Certo, mi piacerebbe lavorare in una città diversa e non dove la massima aspirazione delle persone è mostrarsi ben vestita alla domenica. Già Mastronardi l’aveva ben descritta nei suoi romanzi, questa scellerata realtà: le cose non sono cambiate poi di tanto. Per fortuna Milano è a pochi chilometri e i contatti sono frequenti. Non ho mai lavorato in un ambito internazionale. Bisogna ammetterlo, visiti Londra o Art Basel e respiri un’aria diversa.

Tra i giovani artisti italiani chi secondo te ha delle chance per emergere sulla scena internazionale? Chi invece è sopravvalutato?
Sarei contento se riuscisse ad emergere Matteo Basilè. Per quanto riguarda chi è sopravvalutato potrei dirti nessuno. Certo, se io fossi un collezionista non comprerei mai un Lodola.

exibinterviste – la giovane arte è una rubrica a cura di pericle guaglianone

bio: Davide Avogadro è nato nel 1968 a Vigevano, dove vive. Principali mostre personali: To be at the point of death, Galleria 44, Torino; Landscape. Tra la terra e il cielo, Nizza monferrato (2005); Io, chiunque, nessuno. Galleria Excalibur, Solcio di Lesa (no) e Factory Fine Art, Modena (2004); Goods of Hand. Principali mostre collettive: Altre Voci Altre Stanze, a cura di Alessandro Riva, Le Ciminiere, Catania; Un museo per Candia Lomellina, a cura di Ghinzani – Castelli, Candia Lomellina (PV); Flash Art Show. Ata Hotel Executive, Milano; La Figura Umana. Factory Fine Art, Modena; 20×20, Galleria Ibiscus, Ragusa (2005); Il corpo dell’anima, Galleria Ibiscus, Ragusa; La meglio gioventù; Galleria Previtali, Milano; Pictures, Factory Fine Art, Modena (2004); IV Premio Cairo Comunication. Palazzo della Permanente, Milano (2003).

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