Categorie: parola d'artista

exibinterviste – la giovane arte | Eugenio Tibaldi

di - 1 Giugno 2007

Ci presenti il tuo lavoro?
La mia ricerca consiste in buona parte nel documentare e nel comprendere. Studio la periferia, il rapporto che lega l’economia all’immagine. Credo che nella periferia si nasconda la vera potenza di questa nostra era. In essa si può trovare la nascita di nuovi canoni estetici, un’immagine svincolata da schemi già catalogati e compresi, un mix fra istinto di sopravvivenza e design.

Anche il tuo studio è in periferia?
Si. E mi somiglia. È grande, bianco, con una parete completamente vetrata da cui vedo la stratificazione della periferia napoletana e l’asse mediano (la superstrada della periferia nord). È pieno di luce, molto disordinato, carico di distrazioni. Prima di accogliere me accoglieva un allevamento di boxer. La periferia è in grado di soddisfare esigenze molto diverse negli stessi luoghi.

Vedi Napoli e poi vivi…
Proprio così. Sono nato e cresciuto nel nord, ad Alba. Ho visto Napoli e ne sono stato letteralmente rapito. Con calma, poi, ho iniziato a viverla, a capirla, a descriverla. La sua periferia è un luogo carico di economie e di sistemi paralleli a quelli istituzionali, ricco ma degradato, libero in quanto non santificato, potente nella sua spietatezza e nella rapidità con cui si evolve. Insomma il luogo ideale dove ragionare sul contemporaneo.

Nessun’altra città ti interessa?
Ultimamente ho fatto un lavoro su Caracas, servendomi della ricerca sul campo fatta da Marjetica Potrc. E sto pensando ad altri progetti su grandi città come Il Cairo o Istanbul.

Rispetto all’art system come sei? Rampante o rupestre?
Sono un po’ orso. Frequento poco il mondo dell’arte. Amo molto parlare di tutti gli argomenti, sono spesso fuori tema. E sono permaloso, mi offendo facilmente. In compenso ho molta voglia di studiare e di capire le cose. E mi adatto molto facilmente.

Quali gli artisti che hai amato?
Su tutti Anselm Kiefer. Poi c’è Boetti, ma grande influenza su di me hanno gli artisti che riesco a incontrare e conoscere personalmente. Mi aprono la mente, soprattutto quando analizzano problematiche simili alle mie con tecniche diverse e risultati diversi. Come dicevo, grande aiuto mi è venuto dalla conoscenza con Marjetica Potrc.

Quanta grinta ci vuole per diventare un artista visivo?
Beh, in verità ci sto ancora lavorando su. Non è facile: se hai un minimo dubbio, o molli o ti fanno mollare. In questo momento faccio molte cose che desidero ma non sono ancora al massimo. Nei giorni positivi penso di essere sulla buona strada.

Cosa è stato determinante nel tuo percorso?
Penso un raro problema alle gambe che mi ha colpito quando avevo dieci anni. Visto che non potevo giocare a pallone, mio padre mi ha portato da un miniaturista che faceva lezioni di acquerello.

E poi?
Liceo artistico e diverse esperienze universitarie.

Lavori da anni con la stessa galleria. Com’è in concreto il rapporto artista-gallerista?
Conflittuale, pieno di alti e bassi, con molte discussioni e dialoghi. Non è semplice gestire un rapporto in cui il valore in oggetto è di fatto aleatorio. Si discute molto, prima di arrivare ad un accordo. Penso di essere molto fortunato: lavoro da sette anni con Umberto Di Marino e penso che siamo cresciuti, credendo insieme in un progetto tutt’altro che semplice.

Sei soddisfatto di come viene letta l’arte contemporanea?
Penso che curatori, giornalisti, critici, collezionisti, attraverso i lavori dei vari artisti lancino un messaggio legato a retaggi molto spesso personali.

Chi ha interpretato meglio il tuo lavoro?
Alberto Di Fabio. Secondo lui riesco ad analizzare le periferie perché svuotato di quella rabbia che hanno gli artisti che ci sono nati e cresciuti. Ha colto nel mio lavoro un atteggiamento quasi antropologico, scientifico ed assolutamente non pessimista.

Chi, invece, ha preso una cantonata?
La cantonata la prendono tutti quelli che vedono nel mio lavoro solamente valenze sociali, non cogliendo il rapporto con l’estetica.

Consideri la tua ultima mostra da Di Marino la migliore?
Si. Per la prima volta il mio lavoro mi è apparso privo di inutili prese di posizione e di fronzoli.

L’arte italiana è in crisi?
No, non penso. Ritengo anzi che mai come in questo momento ci sia una buona qualità nella produzione dei giovani. Ultimamente mi sono appassionato al lavoro di Michael Fliri anche se non credo di capire perfettamente le sue motivazioni.

exibinterviste – la giovane arte è una rubrica a cura di pericle guaglianone

bio : Eugenio Tibaldi è nato nel 1977 ad Alba (CN), vive a Giugliano (NA). Personali e collettive selezionate: Points of view, Umberto Di Marino, Napoli (2007); Fragmented show, Fabbrica del Vapore – Careof–neon>fdv – Viafarini, Milano; Fragmented city, Corso Superiore di Arti Visive (CSAV), Fondazione Antonio Ratti, Como, Visiting Professor Marjetica Potrč Becoming place, Castello di San Terenzo, Lerici (SP) (2006); Napoli presente, PAN, Napoli; XII BJCEM – Biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo, Castel S. Elmo, Napoli; Assab one, Masai Art Factory 2005, Milano, “artista selezionato”; Area_prolegomeni ad una metafisica dei luoghi e del costruire, Galleria Sogospatty, Roma (2005); Landscape, Umberto Di Marino (2004); Born Out, Umberto Di Marino, Napoli (2003); Bestiario, Umberto Di Marino, Napoli (2001); Galleria Maze, Torino (2000).

[exibart]


Visualizza commenti

  • Caro Tibaldi, fino a poco tempo fa il tuo lavoro era quasi ignorato, oggi vive di una nuova luce, a mio avviso perchè vivi vicino Napoli. Altrimenti non si spiegherebbe tutto ciò! Anche se trovo che i pionieri delle periferie siano Botto&Bruno, la loro è apparsa subito un'estetica più generale delle periferie e quindi più universale....

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