Categorie: Personaggi

Cento e uno modi di illuminare le cose: in ricordo di Ferruccio Orioli

di - 13 Marzo 2025

Ogni volta che gli chiedevo come stai, Ferruccio diceva benissimo. E lo diceva veramente, perché calcava l’emissione sulla prima lettera e indugiava appena sul sibilare delle s, scivolando poi sull’ultima sillaba, con un tocco di vanità veneziana. Pronunciava questo superlativo in maniera così piena, così bene, da non lasciare dubbi, sfumature o sottintesi. E mentre diceva così, con un seguito di poche altre parole, non taciturne ma misurate, gli si illuminavano gli occhi, proprio perché sapeva veramente tutti i motivi per i quali stava benissimo e questa consapevolezza di alcune persone non può che illuminare anche gli altri. Anche per questo incontrarlo era un piacere. Anche quando gli occhi si erano ormai irrimediabilmente appannati, il suo sguardo però non declinava. Davanti ai suoi occhi scorrevano tutti i motivi per i quali vale la pena stare benissimo: un gabbiano, certamente, uno dei soggetti preferiti delle sue opere, ma anche una pietra, un masegno della sua Venezia da giovane, un corso d’acqua e un dissuasore del traffico, la chiglia di una nave e l’orlo umbratile del Vesuvio, granulose spiagge greche e profili di palazzi – di cui conosceva molti segreti –, foglie caduche e reticoli spinati, sequenze di numeri e avventure via mare, opposti e complementari, l’alto e il basso, il movimento e la stasi. Veneziano della Laguna, nato e cresciuto a Piazzetta dei Leoncini, architetto, pianificatore urbanistico e progettista di opere pubbliche a Roma, Ferruccio Orioli ha lavorato con il Commissario Straordinario di Governo per la ricostruzione post terremoto a Napoli ed era curioso di tutte le cose e, da artista, a ognuna voleva regalare una sua armonia, una sua dicibilità.

Ritorno alle sue email, alle cartoline che inviava a ogni viaggio, ogni estate, ad alcuni pezzi a sua firma che abbiamo pubblicato su questa rivista, come i racconti di disegni e parole su taccuino alla 57ma Biennale d’arte di Venezia, nel 2017: «Sollecitati da qualche frammento di immagine rimasto sulla retina si può anche tornare indietro. Allora si può incontrare una corrispondenza, una scintilla che aggiunge qualcosa al proprio sentire. È la felicità, la sensazione di non essere venuti fin qua inutilmente. Da antico veneziano trovo ancora qualcosa da rubare», scriveva. Ferruccio ci teneva alla Biennale e la pensava come se fosse una parente capricciosa, ingombrante e imperdibile. Ne abbiamo viste alcune insieme e gli chiedevo di raccontarle, facendo la fila ai Padiglioni, pazientemente con le mani nelle tasche, nella borsa matite e pagine abbozzate o ancora bianche, la luce frastagliata tra calici e tazzine sui tavolini del Caffè Florian che vibra come l’increspatura argentina del Golfo di Napoli, una linea d’orizzonte che continua infinita come una retta. Trovare la felicità nelle corrispondenze, che siano vivide oppure preziosamente sbiadite, nel flusso del tempo attuale e, insieme, nell’istantanea del ricordo, forse era questo il modo di Ferro per stare semplicemente benissimo.

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