Tutti siamo cresciuti guardando il Pinocchio (1972) di Luigi Comencini (Salò 1916 – Roma 2007). Le sembianze di Nino Manfredi si sono incollate, in maniera indelebile e irreversibile, a quelle di Geppetto.
Adesso, l’autore di quel capolavoro se n’è andato, unendosi alla schiera ormai folta di leggende scomparse, trascurate e quasi dimenticate (lo stesso Manfredi, Ugo Tognazzi, Pietro Germi, Elio Petri, Lucio Fulci, Mario Bava, Fernando Di Leo). L’unico della vecchia guardia a resistere strenuamente è Mario Monicelli (non si offenda maestro, le auguriamo tutti di campare almeno altri cent’anni!), sfornando persino un film meraviglioso come Le rose del deserto, che in un solo colpo fa piazza pulita di tutti i romanzetti d’appendice contemporanei e delle notti prima degli esami, di ieri e di oggi. Con Comencini se ne va un altro pezzo di quella sapienza cinematografica tutta italiana che ormai è perduta, forse per sempre.
I suoi esordi, come quelli di altri della sua generazione, si situano nel clima culturale della rivista Corrente prima e del neorealismo poi (Bambini in città, 1946), per poi spostarsi verso un’idea del melodramma tutta contemporanea e strappalacrime quel tanto che basta (Incompreso, 1967). Il suo cinema, infatti, è stato sempre delicato e mai melenso, dimesso ma non misero.
Più che per il popolarissimo ma tutto sommato modesto Pane amore e fantasia (1953), ci piace qui ricordarlo per un autentico gioiello come Tutti a casa (1960). Questo film rappresenta -insieme a La Grande Guerra (1959) di Monicelli, a Il sorpasso (1962) di Dino Risi, e al dittico siciliano di Germi (Divorzio all’italiana, 1961, e Sedotta e abbandonata, 1962)- il vero apice della prima fase della commedia italiana.
Quella cioè in cui l’equilibrio tra comicità e tragedia, tra riso e lacrime è pressoché perfetto, ed in cui ogni storia si situa all’interno di un orizzonte fatto di speranza e di fiducia, mentre nel periodo successivo –gli anni Settanta- a prendere il sopravvento saranno l’acredine, lo sconforto, il disincanto (su tutti, C’eravamo tanto amati di Ettore Scola e Romanzo popolare, di Mario Monicelli, entrambi del 1974). La saga di Alberto Innocenzi (Sordi), ambientata all’indomani dell’8 settembre, fonde sapientemente fiction e storia nazionale, dramma collettivo e narrazione individuale.
Un’altra perla, invece, come Lo scopone scientifico (1972) –con Silvana Mangano, Bette Davis, Joseph Cotten, Mario Carotenuto e Domenico Modugno ad affiancare Alberto Sordi- contribuirà attivamente alla transizione del cinema italiano nei territori accidentati dell’amarezza e dell’incertezza.
christian caliandro
[exibart]
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salutamme, Bersagliè!
Il mi babbo è così povero che lui il fuoco nel camino ce l'ha DIPINTO!