Chiesa Madre, Ludovico Quaroni ph. Andrea Repetto Courtesy Fondazione Orestiadi
Il progetto Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026 nasce nell’ambito dell’iniziativa istituita dal Ministero della Cultura per valorizzare l’arte contemporanea come strumento di rigenerazione culturale e territoriale. La città siciliana è stata ufficialmente proclamata vincitrice nel 2024 da Alessandro Giuli durante la cerimonia tenutasi a Roma, nella Sala Spadolini del Ministero della Cultura. Si tratta della prima edizione del titolo nazionale dedicato specificamente al contemporaneo, con l’obiettivo di sostenere programmi annuali di mostre, residenze, produzioni e riqualificazione degli spazi culturali. Il dossier vincitore, intitolato Portami il futuro, propone un modello di sviluppo fondato sul rapporto tra arte, comunità e paesaggio della Valle del Belice. L’avvio ufficiale delle attività si è svolto con la cerimonia inaugurale del 15–16 gennaio 2026 a Gibellina.
Le due giornate inaugurali hanno attivato un programma diffuso tra i luoghi simbolo della città, intrecciando arti visive, performance, musica e riflessione critica. Il titolo riconosce il ruolo storico di Gibellina come laboratorio di ricostruzione culturale fondato sull’arte contemporanea dopo il trauma del terremoto del 1968. In questo quadro, il 2026 è concepito come un anno di sperimentazione e rilancio internazionale della città. È all’interno di questo scenario istituzionale e progettuale che si inserisce l’intervista ad Andrea Cusumano, direttore artistico del programma, che ci ha raccontato il valore delle strategie culturali alla base della manifestazione e il futuro possibile di Gibellina.
Sei artista e ora direttore artistico di una importante manifestazione diffusa. Come si coniugano questi due orizzonti?
«Ho sempre coltivato un’attività artistica in un certo senso molto privata: espongo quando si determinano delle condizioni di senso e di contesto. Poi, per tutelare anche quella che considero una forma di libertà rispetto alla possibilità creativa, ho sempre cercato occasioni di collaborazione con altri artisti. Ho insegnato all’università in Inghilterra, ho fatto il direttore d’orchestra, l’assessore: mi appassiona sempre l’idea di mettere insieme relazioni. Dall’Austria, dall’Inghilterra, dalla Germania ho sempre portato progetti e idee in Sicilia, contribuendo a far conoscere la nostra isola e renderla meno isolata».
E ora ti trovi di fronte a un progetto di grande respiro…
«Il progetto è ambizioso e tiene insieme le diverse attività. Sono stato assessore a Palermo quando la città è stata Capitale della Cultura, ho contribuito all’indirizzo di Manifesta, sono nel comitato scientifico del MAXXI: penso di aver contribuito a ragionamenti più “complessivi” su cosa significhi fare cultura per un territorio. La mia produzione è caratterizzata da una speculazione quasi epistemologica: da un lato uno studio privato, dall’altro un’attività pubblica in dinamiche aperte».
In che modo questa duplicità si riscontra in Portami il futuro?
«Penso che chi lavora con degli artisti, direttore artistico o curatore, debba sviluppare approcci diversi. Alcuni artisti amano lavorare con me, per esempio i MASBEDO, perché c’è un’affinità elettiva sul tema della site specificity. Qui a Gibellina abbiamo messo insieme una sorta di dialogo a tre, fra Consagra, MASBEDO e Adrian Paci, in cui creare connessioni fra lo spazio e le due installazioni. Mi sono sempre occupato di drammaturgia dello spazio, la disciplina che insegnavo all’università, e questo elemento riemerge anche nella dimensione curatoriale».
Altri spazi?
«Il tema dello spazio torna sicuramente nella Chiesa di Gesù e Maria di Nanda Vigo. Venti anni di chiusura lo avevano reso uno spazio impraticabile. Adesso sappiamo che entro fine mese si completeranno le prime tre stanze per residenze, e probabilmente entro fine febbraio ne avremo a disposizione altre sette, una sala mensa, uno studio, uno spazio per la danza, due atelier. Dialogando con Umberto De Paola, presidente della Conferenza nazionale dei direttori delle Accademie e direttore a Palermo, e con Riccardo Caldura, direttore a Venezia, è emersa l’idea di un sistema delle accademie che possa utilizzare gli spazi in modo da garantirne la sostenibilità. Nella chiesa si è inaugurata la mostra Austerlitz di Daniele Franzella. Il titolo fa riferimento a una delle tre opere presenti nell’esposizione, parte della mostra Generazione Sicilia, afferente alla collezione Elenk’art, curata da Alessandro Pinto e Sergio Troisi, che vede tre opere di Franzella installate all’interno e all’esterno della chiesa, e poi la sezione inaugurata al MAC “Ludovico Corrao” nel percorso del museo dedicato alle mostre temporanee. Una terza sezione di Generazione Sicilia sarà allestita alla Città dei giovani di Alcamo con Loredana Longo e Francesca Polizzi».
E naturalmente c’è la Fondazione Orestiadi.
«Sì, con la mostra Colloqui, curata da Cristina Costanzo ed Enzo Fiammetta, che raccoglie opere di Carla Accardi, Letizia Battaglia, Renata Boero, Isabella Ducrot, Nanda Vigo, nello spazio del granaio, che ha subito una trasformazione destinata a continuare nel corso dell’anno con l’idea che le mostre si andranno parzialmente sommando e parzialmente avvicendando anche coinvolgendo il territorio e in particolare quei comuni della Valle del Belice che, dopo la prima apertura ad Alcamo, saranno progressivamente interessati».
Insomma, una vera capitale…
«Non esiste un altro caso in cui una città si è costruita un’identità a partire dall’arte contemporanea come rinascita da un trauma. Forse a livello mondiale c’è Marfa… A Gibellina poi tutto questo è accaduto con la continua integrazione fra generi artistici. Per questa ragione io credo che ci voglia un occhio di riguardo da parte delle istituzioni nazionali sull’arte contemporanea affinché il 2026 non sia soltanto un momento effimero, ma che Gibellina possa veramente diventare riferimento nazionale. Il programma del 2026 ha lo scopo di iniettare nuove energie alla città per ritrovare alcuni elementi dell’arte contemporanea che rischiano di essere trascurati: il caso del Teatro Consagra è impressionante, come lo è quello del Cretto di Burri. Ogni passo in avanti nella direzione del compimento è utile purché si stia attenti agli interventi: nel caso del Cretto bisogna tener presente che non è soltanto un’opera d’arte, ma anche un monumento ad una città sepolta, un paesaggio, un luogo carico di senso. A Gibellina non sono possibili operazioni che esulino da una vera riflessione, da una vera presa in carico di questioni più profonde».
Come?
«L’arte contemporanea deve essere arte della presenza. Gli artisti devono impegnarsi nelle relazioni di prossimità per decentralizzare il discorso. Le residenze insistono su relazioni sociali, recupero di luoghi iconici e produzione di opere nuove. Ad esempio: il collettivo Stalker lavorerà sul lago di Ungers, Giorgio Andreotta Calò produrrà un nuovo “prisente” (nella tradizione di Gibellina i “prisenti” sono dei drappi ricamati o decorati che vengono portati in processione in onore di San Rocco, ndR) con l’Accademia di Venezia, Flavio Favelli realizzerà un murales».
Sembra di ripercorrere l’eredità di Corrao.
«Ludovico Corrao puntava sul rapporto diretto con gli artisti. Il coinvolgimento di Casa Morra testimonia questo: Giuseppe Morra, fra i più importanti collezionisti d’Italia, porta una storia straordinaria da Napoli, con lo Studio Morra dove Marina Abramovic fece la prima performance, il Museo Hermann Nitsch, la Casa di Shozo Shimamoto. Un collezionismo del Sud basato sulle relazioni più che sulle risorse economiche».
Qualcosa di analogo si sta muovendo anche in relazione al Progetto Artensis…
«Un progetto di Antonella Corrao che recupera l’intuizione di Ludovico di unire artisti e artigiani. I laboratori con Maria Mercante e le donne del Belice hanno avviato un archivio del ricamo sulle opere di Gibellina. L’obiettivo è creare un grande laboratorio sul modello della Summer Academy di Salisburgo: giovani che creano, grandi artisti, concerti e teatro per un futuro sostenibile della città».
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