Categorie: Personaggi

L’INTERVISTA/ANGELA VETTESE

di - 23 Gennaio 2017
L’abbiamo vista mutare e impallidire parecchio negli ultimi anni, nonostante ingressi record e vendite ottime. Scommessa vinta, scommessa persa. ArteFiera è viva, ArteFiera è morta. Tante se ne sono dette, insomma, sulla vecchia Signora delle fiere d’arte italiane, nata a Bologna nel 1976. Ci sono stati i fasti dell’epoca Evangelisti, e i capitomboli – che ci raccontarono i galleristi – lo scorso anno.
E ora che Bologna Fiere ha cambiato Presidente, mettendo al vertice Franco Boni, è cambiata anche la direzione. Angela Vettese, che in questo caso non ha bisogno di particolari presentazioni visto che è autrice di volumi, giornalista, critica d’arte e anche ex Presidente della Fondazione Bevilacqua La Masa, co-ideatrice del Festival C-Contemporary di Faenza, ed ex Assessore alla Cultura del Comune di Venezia, ha raccolto la palla che fu appunto di Silvia Evangelisti e del duo Giorgio Verzotti e Claudio Spadoni negli ultimi anni.
Per cominciare il nuovo corso? Intanto una sfoltita alle partecipazioni, che quest’anno saranno poco più di 130, e quattro sezioni: la nuova dedicata alla Fotografia, curata dalla stessa direttrice, con 8 gallerie; “Nueva Vista”, dove il direttore artistico di viafarini Simone Frangi ha selezionato una serie di pochissime gallerie che esamineranno le relazioni tra arte e mercato; i “Solo Show”, la classica “Main Section”, ma anche una “Print Ville”, ovvero una cittadella all’ingresso dei Padiglioni di piazza della Costituzione dedicata a libri d’artista, edizioni rare e affini, con relativo spazio per i talks. Ma più che alle questioni  tecniche, che si rincorrono simili da una fiera ad un’altra, abbiamo indagato un po’ retroscena e desiderata di questa nuova avventura di Angela Vettese.
In conferenza stampa, lo scorso novembre, ha detto che ha raccolto la sfida di questo nuovo incarico. Come si sta preparando?
«Con l’aiuto di molte persone. Dallo staff interno della fiera al grafico Andrea Lancellotti, l’editore Amedeo Martegani, i curatori Mark Nash, Chiara Vecchiarelli, Simone Frangi, e tutto il settore Cultura del Comune di Bologna che si è mostrato tardivo, ma che poi si è dimostrato poi molto prezioso».
Quali sono le fiere a cui ha guardato con più interesse in questi ultimi anni?
«Frieze Master è stata un elettroshock. Rompe le regole della formula ormai classica di una fiera d’arte contemporanea per proporci accostamenti più azzardati».
La maggior parte delle gallerie, anche quest’anno, saranno italiane. C’è la voglia di dare una mano al “sistema” frammentario del nostro Paese?
«Anche, ma soprattutto la voglia di cercare una nicchia identitaria precisa ad ArteFiera. Non la fiera degli italiani, ma la fiera italiana. Ci vorrà tempo per riportarla ai fasti di venti o trent’anni fa, la scommessa non è per nulla facile, ma provare è lecito».
Ha avuto più incoraggiamenti o qualcuno le ha detto “Lascia perdere la fiera di Bologna” ?
«La cosa strana è che in Italia molti mi hanno sconsigliato di prendere l’incarico, mentre molti amici stranieri sono stati entusiasti e mi hanno incoraggiato con insistenza».
Un punto di forza e un punto debole di ArteFiera?
«La forza sta nel fatturato, nell’alleanza con la città, nel pubblico numeroso. La debolezza nell’avere badato poco al proprio rinnovamento, e parlo di metodo più ancora che di gallerie».
Si è parlato molto del carattere “storico” di Bologna, anche rispetto al fatto che è la prima fiera d’arte nata in Italia; può essere una condizione problematica rispetto a un’evoluzione più contemporanea?
«Essere anziani è sempre un’arma a doppio taglio. Ma se si guarda come sa usare la sua età la Biennale di Venezia, penso che anche una signora come ArteFiera possa invecchiare bene».
Tre cose che vorrebbe assolutamente far risaltare dall’edizione 2017
«Il passaggio fluido tra moderno e contemporaneo, tra ciò che si vende e ciò che non è mercato, tra ciò che accade nei padiglioni della fiera e le iniziative in città».
Un’idea per il 2018?
«Mumble mumble…Ci sono abbastanza artisti che usano in modo spiazzante certi saperi, come quelli artigianali e tecnici, e gallerie che se ne occupano? Per l’Italia sarebbe un gran bel modo anche di fare politica. Recupero del passato rivolto al futuro».
Matteo Bergamini

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