Categorie: Personaggi

L’Intervista/ Carolina Sandretto

di - 3 Novembre 2015
34 anni, milanese, fotografa e videoartista. Viaggiatrice per vocazione, Carolina Sandretto documenta con una vecchia Hasselblad a pellicola la vita nei Solar, case prima unifamiliari che oggi ospitano una famiglia per stanza. Valorizzando in una diafana luminosità una condizione sociale povera, ma dignitosa. Ecco il suo racconto.
Quando e perché ha deciso di soggiornare a Cuba e come nasce il desiderio di raccontarla?
«Sono arrivata a Cuba nel 2010 insieme a una mia mentore americana. Per lei era il viaggio proibito, per me era andare contro lo stereotipo delle macchine d’epoca e dei sigari. Ho presto scoperto che la rappresentazione dell’isola è molto diversa dalla realtà. Le spiagge hanno lasciato il posto al degrado dei palazzi e alla mancanza di infrastrutture, ma anche alla cultura dei cubani, alla loro educazione, al loro buon umore e alla lotta strenua che ogni giorno intrattengono per sopravvivere. Metto a fuoco Cuba delle persone normali: come vivono, come riescono ad abbellire con poco le loro case, la loro dignità. La vita quotidiana è quello che mi ha più affascinato e che ogni volta mi sorprende, cercando di riportare sui miei rullini un’immagine vera delle persone che incontro».

Secondo le sue recenti esplorazioni anche nei luoghi più emarginati della città, come sta cambiando Cuba post-embargo americano e in seguito alla visita di Papa Francesco?
«La legge sull’embargo è stata creata dal Congresso Americano contro Fidel Castro ed è ancora in essere. Negli ultimi mesi c’è stata una forte distensione delle relazioni tra i due Paesi e la riapertura delle reciproche ambasciate. Sono in corso trattative, ma la fine della legge è nelle mani del Congresso, in questo momento a maggioranza Repubblicana, da sempre storicamente per l’embargo. Per gli esperti bisognerà aspettare un nuovo presidente degli Stati Uniti nel 2016 per vedere davvero un cambiamento. Per ora le cose non sono mutate per i più poveri. Si compra sempre da mangiare con il carnet statale e, per quelli che possono permetterselo, sul mercato nero. Molti palazzi che visito e che ospitano i Solar (case una volta unifamiliari, oggi trasformate in multifamiliari) sono senza acqua corrente e l’elettricità è ancora tagliata di tanto in tanto. Le speranze delle persone sono state al centro della mia indagine nell’ultimo anno di lavoro a Cuba. Mi sono chiesta che cosa volessero i giovani come me, con degli studi alle spalle e una vita davanti: è nato “Hopes for the Future” una serie di interviste raccolte in un video sulle loro aspettative per il futuro. È stato il progetto più difficile che io abbia intrapreso a Cuba. Anche i giovani, che per definizione hanno poco da perdere, non riescono ad articolare i loro desideri. In una società che li ha educati a pensare prima al gruppo che all’individuo, le risposte non sono mai personali ma generiche, mirando sempre a spiegare quanto il bene del Paese sia in assoluto la cosa più importante».

Perché è affascinata dal ritratto? Come sceglie i soggetti, instaura relazioni personali prima di scattare le immagini?
«Il ritratto per me è una forma di regalo e di collaborazione. Un soggetto regala un ritratto a chi lo ritrae. Si crea una relazione che mi permette di poter vedere una persona per come è veramente. Davanti alla macchina fotografica c’è chi si imbarazza e chi invece si sente sicuro. Mi capita di aspettare che la persona davanti a me si rilassi, ma anche di volerla ritrarre con un po’ di tensione data dalla macchina fotografica. In ogni caso è la forma di dialogo con le persone che mi affascina. I miei soggetti hanno in comune il fatto di vivere in condizioni difficili, nei Solar, dove spesso vive una famiglia per stanza con una media di quattro componenti. Per me è impossibile non avere rapporti personali con chi fotografo. Ogni persona è un mondo a sé e le chiedo tutto quello che posso: i nomi di parenti e figli, che cosa fanno nella vita e quanto tempo hanno passato nella casa in cui abitano».
Come è nata la sua prima mostra milanese “Vivir con” a cura di  Laura Cherubini che è stata presentata alla Galleria Bianconi a Milano?
«La galleria Bianconi sta portando avanti un’indagine sul mondo artistico cubano, attraverso quegli artisti che, per impossibilità di emigrare o per scelta, sono rimasti sull’isola. A differenza di quanto si potrebbe pensare, la poetica della maggior parte di loro non è centrata sulla contestazione, che li porterebbe solo ad avere problemi con il governo, ma sulla ricerca di “una terza via”, di un miglioramento della società dal basso, con piccoli cambiamenti. La mia mostra si lega a questa ricerca di una via diversa di cambiamento. Renata Bianconi mi ha guidato nel processo di selezione ed è riuscita a trovare immagini che colgono l’essenza documentale del mio lavoro in linea con il suo percorso che lei sta facendo con gli artisti cubani contemporanei come Nelson e Ludmilla, Eduardo Ponjuán, Lázaro Saavedra e Tonel».
Che importanza ha il colore nel suo lavoro?
«Il colore è una parte fondamentale, è un elemento di composizione delle mie fotografie. Ci sono fotografi che riescono a farne a meno e li ammiro. A Cuba in particolare è molto importante. I cubani pitturano le loro pareti spesso per mascherare il degrado degli ambienti in cui vivono. Ma anche la pittura, a causa dell’umidità e del clima tropicale, tende a cambiare colore e a degradarsi rapidamente».
Dagli anni ’60, la fotografia non documenta soltanto il reale, ma investiga valori filosofici e antropologici con l’obiettivo di trovare una connessione tra esistenza e pensiero. Lei con quale “taglio” esplora le condizioni sociali marginali della società cubana?
«La mia indagine è documentale. Per questo è legata alla realtà che si presenta davanti a me e non viene trasformata da un’analisi filosofica. Mi interessa sollecitare la coscienza civile e riuscire a indurre un cambiamento. Cerco di far vedere fuori dall’isola cosa vuole dire vivere in una società che non ha avuto la possibilità di svilupparsi economicamente al pari di altre».

Come descriverebbe la sua poetica e quali sono i modelli a cui si ispira nell’elaborazione del suo linguaggio?
«La fotografia ha regole precise, ma non m’ispiro a un modello in particolare. Ho deciso di usare una macchina fotografica a rullino degli anni 60, una Hasselblad, per diverse ragioni. Mi dà la possibilità lavorare con maggiore calma di una digitale. Raccontare una storia richiede calma e la velocità del digitale mi ha sempre dato fastidio a Cuba, è troppo facile per un luogo così complesso. La stessa macchina fotografica, con il suo ingombro e i suoi problemi, la rende argomento di curiosità per le persone che fotografo e mi rende “interessante” ai loro occhi. La Hasselblad è inoltre una macchina completamente meccanica e di facile riparazione, per questo la prediligo in luoghi di difficile accesso ad internet. Mi è già capitato di entrare da un meccanico e risolvere un problema tecnico in una provincia lontana dell’Isola. Infine è una macchina difficile. La fatica che mi richiede mi avvicina di più a quello che vivono le persone che fotografo».
Jacqueline Ceresoli

Jacqueline Ceresoli (1965) storica e critica dell’arte con specializzazione in Archeologia Industriale. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente.

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