Categorie: Personaggi

L’intervista/ Dries Verhoeven

di - 5 Luglio 2019
Dries Verhoeven, artista olandese che si muove tra scenografia, regia e arte visiva, presenta durante l’edizione 2019 di Santarcangelo Festival (da oggi fino al 14 luglio) un episodio della sua installazione video Guilty Landscapes.
La 49ma edizione del festival, al terzo anno di direzione artistica di Eva Neklayeva e Lisa Gilardino, accoglierà sotto il titolo Slow and Gentle lavori e spettacoli che ripensano i formati e la relazione con lo spettatore. Guilty Lanscapes affronta il tema del flusso di informazioni che ci troviamo a gestire tutti i giorni ponendo l’accento proprio su chi guarda ed è chiamato a essere testimone. Nel suo testo Only doubt can save us (Solamente il dubbio potrà salvarci) Verhoeven racconta che una delle domande che per anni lo ha sconcertato è come disarmare lo spettatore e farlo diventare come un mollusco: morbido e ricettivo al dubbio, e, continua l’artista, nella video installazione Guilty Landscapes, lo spettatore ha la possibilità di guardare a ciò che è generalmente presentato come problematico con altri occhi.
Prendersi del tempo e interrogarci sul nostro ruolo di testimoni, di spettatori, sul nostro stare al mondo, è una possibilità che i lavori artistici ma anche, e soprattutto, il tempo di un festival dovrebbe poter aprire. Ripensare i ruoli che ricopriamo e preparare territori dove questi possano essere ri-negoziati, senza voler mandare messaggi, ma creando disordine, come afferma Verhoeven.
In attesa di essere presenti a Santarcangelo Festival, abbiamo parlato con Dries Verhoeven del suo lavoro.
Dries Verhoeven
Spesso il focus dei tuoi lavori è sullo spettatore, in che modo questa ricerca è sviluppata in Guilty Landscapes?
«In generale quando si guarda un’opera d’arte, specialmente nel contesto di una galleria, la logica che si segue è unidirezionale. Ho cercato di trovare delle modalità in cui l’opera d’arte considerasse lo spettatore, lo cogliesse nell’atto di guardare. Guilty Landscapes pone la questione su cosa vuol dire essere un testimone, attraverso una sorta di complicità con lo spettatore si apre la possibilità di una riflessione sulla relazione con le persone nel mondo in generale».
Cito dal tuo testo Only doubt can save us (Solamente il dubbio potrà salvarci): Ovviamente è preoccupante se siamo ignari dei problemi che affliggono il mondo. Ma è allo stesso modo preoccupante se abbiamo intenzione di vivere secondo queste preoccupazioni, se guardiamo i protagonisti dei notiziari esclusivamente come delle vittime. In un mondo in cui le informazioni sulle vite degli altri non ci arrivano per nostra esperienza diretta ma, principalmente, tramite i dispositivi che ci circondano, occorre essere modesti nelle nostre supposizioni.  Guilty Landscapes può essere visto come un territorio alternativo di ri-negoziazione tra chi riceve le notizie e i loro protagonisti? La relazione può essere ripensata attraverso il corto circuito provocato dalla complicità dello spettatore?
«Lo spero! Affrontare i problemi del mondo potrebbe ridursi a dei semplici gesti di indignazione. I media si basano su termini come quelli di buono e cattivo, è insito del medium ritrarre i soggetti come vittime o carnefici. Poiché la nostra percezione è sempre più dipendente dai media digitali, il rischio è quello di portare questa modalità di ragionamento binaria anche nel mondo analogico. Ci sono fin troppi esempi di come i media influenzano il nostro sguardo, di come possano farci catalogare un estraneo come “sospetto” ma come altrettanto possano farci presupporre che abbiano tutti bisogno di aiuto. Non voglio rappresentare la vostra guida morale, non voglio essere una bussola. Spero di scuotere la bussola e ridarvela indietro prima che l’ago ritrovi la sua direzione».
Dries Verhoeven, Guilty Landscapes
A proposito di queste immagini parli di “responsabilità problematica”: installarle nel white cube di una galleria è in qualche modo una dichiarazione, come dialogano con lo spazio? Come hai scelto le immagini e le storie?
«Il lavoro è composto da quattro episodi, a Santarcangelo Festival mostreremo il primo. Tutte le situazioni proiettate sono caratterizzate da una certa ambiguità, ho scelto immagini che mi hanno perturbato, situazioni che mi hanno fatto dubitare della mia posizione. Quando lo spettatore entra nello spazio può sentire, in un primo momento, distanza dalle immagini. La proiezione agisce come da confine tra noi, chi guarda, e loro, i protagonisti. Durante la visita questa distanza può arrivare a ridursi e la galleria può essere considerata come un’estensione della proiezione».
Ti muovi nei territori della scenografia, della regia e dell’arte visiva e dichiari una gioia infantile nel cambiare terreno di gioco, quanto è importante per te mantenere lo sguardo di un bambino quando si fa arte?
«La leggerezza è una condizione per vivere! È fantastico riuscire a condividere pensieri, ma non prendiamoci troppo sul serio, per favore».
Paola Granato

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