Categorie: Personaggi

L’intervista/Giovanna Marinelli | La versione del Macro

di - 30 Ottobre 2014
Ce ne siamo occupati assiduamente. Abbiamo sostenuto le sue iniziative, ne abbiamo raccontato le mostre. Ci siamo battuti perché, all’uscita di Bartolomeo Pietromarchi, cui non è stato rinnovato l’incarico oltre un anno fa, seguisse rapidamente la nomina di un nuovo direttore. E quasi, di ridare vita al Macro, non ci si sperava più.  Poi è arrivata la nuova Assessore alla Cultura Giovanna Marinelli, qualche mese fa, a sostituire la nebulosa Flavia Barca. E qualcosa, da queste parti, ha iniziato a muoversi, per ora nel verso giusto.
Ma il Macro, quel museo di arte contemporanea voluto fortemente dal Comune e fatto progettare dall’archistar Odile Decq, ha continuato a restare nel limbo, sintomo di un quadro “clinico” davvero complicato, fino a pochi giorni fa.
Poi, l’annuncio: il museo di arte contemporanea della capitale viene accorpato a Museo di Roma e Galleria d’Arte Moderna, per formare il nuovo Polo del Moderno e del Contemporaneo dei Musei in Comune. Eccola la nuova mossa dell’Assessore, per ridare speranza (e fiducia) al Macro. Una scelta che però non ha mancato di suscitare perplessità, sia intorno allo status futuro del museo, sia per quanto riguarda un accorpamento che, dall’esterno, è paurosamente vicino ad un “adeguamento” di fondi, dunque a un possibile ribasso. Ma invece di fare congetture o di passare per quella classe intellettuale che il simpatico e sempre più berlusconiano Renzi ha definito metaforicamente «come gli anziani che guardano il cantiere dall’esterno scuotendo la testa e dicendo “non ce la si fa”», abbiamo deciso di parlarne direttamente con l’Assessore.

Ci spiega in che modo tre realtà nate con vocazioni diverse, e fino ad oggi molto distanti sia a livello di programmazione che di visione, potranno unirsi? Non c’è il rischio di un livellamento?
«Credo proprio di no. Mettere insieme non significa non comprendere le vocazioni e le differenze tra le diverse strutture, bensì cercare di farle interagire gettando uno sguardo più lungo alle connessioni tra moderno e contemporaneo, alle possibili interazioni. Senza schiacciare nessuno, ma mettendo in circolo idee e spunti. Le faccio una domanda “al contrario”: non crede che la mancanza di un polo unico su moderno e contemporaneo (specie in una città così fortemente segnata dalla sua tradizione e dalla ricchezza del suo passato) abbia finito per indebolire questo settore?».
Lei ha dichiarato che sarà individuato «in maniera trasparente e pubblica un dirigente che andrà a guidare i musei, rispondendo sia allo stile politico di questa amministrazione che all’individuazione di un profilo forte e competente». Il dirigente unico avrà anche la carica di direttore artistico? Il MACRO da più di un anno manca di questa figura: che cosa si farà nello specifico per il Museo di Arte Contemporanea di Roma?
«Faremo, a brevissimo, un bando per titoli ed è ovvio che chi verrà scelto per le sue competenza ed esperienze dirigerà davvero questo polo museale».
Nell’annunciare questo accorpamento ha parlato anche di MACRO come un’istituzione che ha la vocazione del museo civico. Senza dubbio il Museo è comunale, ma la parola “civico” ha mosso un po’ di mal di pancia tra gli addetti ai lavori. Sembra, insomma, che si voglia portare un’istituzione nata con vocazione internazionale, per essere eccellenza in Italia nella promozione del Contemporaneo, a un museo romano per l’arte fatta dagli artisti della Capitale.
«MACRO nasce come una galleria civica. Ma intendiamoci, io non ho mai pensato al termine  civico come ad una parola che indichi una riduzione, una limitazione, un confine stretto bensì come la vocazione ad essere al servizio della città, della sua cultura. Roma è una città internazionale, lo è stata per tutta la sua storia, pensate alla capacità di attrarre artisti e intellettuali nel corso dei secoli. Il MACRO continuerà a guardare al mondo e il nostro obiettivo è che l’arte contemporanea guardi a Roma come ad uno stimolo, un luogo d’incontro. Questo il senso di quel riferimento».
Quanto si risparmierà e quanto si prevede di ricavare, con questo accorpamento, in termini economici?
«Non è questo che ha ispirato la nostra scelta. Certo l’ottimizzazione delle risorse umane ed economiche è importante, specie in questo momento in cui Roma Capitale è impegnata in un profondo risanamento delle sue finanze. Ma io ho guardato piuttosto alle opportunità nuove che un simile accorpamento permette, alle sinergie (culturali prima ancora che economiche) che i tre musei assieme possono mettere in movimento».
Tra i desideri degli “art lover” della città si sente spesso quello di avere più spazi e aree creative a disposizione per studi d’artista, luoghi di aggregazione. Il MACRO a Testaccio sotto questo punto di vista, e allo stato attuale, sembra un po’ il jolly sprecato dalle precedenti amministrazioni. Cosa c’è in previsione per queste parti?
«Comprendo le sue preoccupazioni. Credo che gli spazi per la creatività, la residenzialità degli artisti italiani e stranieri, i luoghi della ricerca vadano moltiplicati e non certo compressi. Il MACRO del Testaccio ha sempre avuto questa sua specificità che va ulteriormente sviluppata».

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