Categorie: Personaggi

L’intervista/Jorge Hernández

di - 26 Giugno 2019
Intervista a Jorge Hernández (grazie alla collaborazione con il regista e curatore Oscarito Sanchez), direttore, cantante e fisarmonicista del gruppo messicano Los Tigres del Norte; da 50 anni sulla scena musicale internazionale, pluripremiato ai Grammy Awards, insignito di una stella nella Walk of Fame di Los Angeles, è considerato il Mick Jagger dell’America Latina. La sua influenza trascende i confini della musica, dominando anche nell’ambito dell’arte contemporanea, della produzione cinematografica e della letteratura sudamericana. Sua anche la Fondazione (LTDNF) costituita nel maggio del 2000 con l’esplicito scopo di promuovere un maggiore apprezzamento e la conservazione delle tradizioni della musica popolare messicana e messicana-americana
Jorge, hai dichiarato: ‘Un cappello dice chi sei, dove vai, questo è tutto”. Cosa dicono i tuoi sombreri, tanto famosi da entrare a far parte di musei e collezioni tra cui quella del Grammy Museum di Los Angeles?
«Il cappello è una estensione del sé, che definisce e identifica colui che lo indossa. Senza il mio sombrero probabilmente non verrei riconosciuto, mentre la sua sola presenza in scena sancisce la mia partecipazione. Così è accaduto quando ho aperto un concerto de Los Tigres lasciando sul palco solo il mio copricapo: la gente lo acclamava come se fossi io. Il cappello, inoltre, è simbolo di sapienza, un modo per manifestare i propri pensieri e i propri sentimenti, ma può essere anche un feticcio o un oggetto di protezione. A seconda del sombrero che indosso, inoltre, cambia la tonalità della mia voce: quello nero è per i toni acuti, quello grigio per gli altri».
I brani de Los Tigres del Nortes si inscrivono nel genere corridico nato durante la Rivoluzione Messicana. Quali sono le tracce più rappresentative di questo filone all’interno della vostra produzione?
«I nostri testi rispecchiano le storie del popolo, parlano dei problemi sociali, delle ingiustizie, dei migranti, del contrabbando. In tal senso, i brani che più ci rappresentano sono La Jaula de Oro, Tres Veces Mojado, Contrabando y Traición, Jefe de Jefes e America, vincitrice del nostro primo Grammy».
Los Tigres del Norte
Il tuo gruppo – Los Tigres del Norte – è stato ribattezzato Los idolos del pueblo proprio perché le vostre canzoni danno voce alle emozioni del popolo. Siete stati definiti anche come i principali portavoce della comunità degli immigrati; la traccia El Muro dell’ultima raccolta “Detalles y Emociones”, ne è un esempio. Puoi parlarci di questo ruolo che avete all’interno dell’America Latina?
«El Muro vuole essere una critica a tutti i muri: le barriere ci separano, impedendo la conoscenza reciproca. Meglio, allora, costruire ponti, piuttosto che cortine di separazione! L’intento dei Los Tigres del Norte è di portare con la propria musica un po’ di allegria, di testimoniare la vita reale senza perdere il sorriso. Cerchiamo, inoltre, di offrire il nostro appoggio dove possiamo. Ad esempio, insieme alla Città di Culiacan in Sinaloa, abbiamo sostenuto la realizzazione di una scuola di musica per bambini e adolescenti. È anche per questo nostro impegno e coinvolgimento diretto nella società in cui viviamo e di cui cantiamo le vicende che veniamo chiamati Los idolos del pueblo».
I vostri brani che affrontano i temi della violenza, delle ingiustizie, dell’oppressione e che denunciano il malcontento sociale e situazioni di emarginazione, hanno una valenza politica oltre che sociale e sono, anche per questo, il riferimento per una folta schiera di artisti tra cui ricordiamo, solo per citarne alcuni: Teresa Margolles, Carlos Amorales, Ana Teresa Fernández e Francis Alÿs. Che legame c’è tra musica e arte?
«I nostri corridos piacciono da sempre agli artisti contemporanei proprio per quella vicinanza alla vita reale di cui abbiamo parlato finora. Il legame tra musica e arte nasce quindi da un sostrato comune costituito dall’interesse per gli stessi temi e dallo stesso sentire, vanno sempre assieme, e rientrano nella sfera comune della cultura. Ricordo il primo incontro con Carlos Amorales a un concerto a Città del Messico; Teresa Margolles, che proviene come me dalla provincia di Sinaloa, l’ho rivista di recente a Madrid in occasione di una presentazione. L’incontro più recente, invece, è stato quello con Flo, cantante napoletana, che mi ha affascinato per la sua maniera di interpretare la nostra musica, che è un ulteriore modo di “fare arte”».
Maria Chiara Wang

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