Categorie: Personaggi

Peggy, l’arte ed io

di - 10 Giugno 2017
Forse è davvero l’atmosfera di intimità che si respira nei giardini e nelle terrazze della Peggy Guggenheim Collection a decretare di questa casa museo un indiscusso bagno di pubblico. L’anno scorso, il museo ha registrato una media di 1313 visitatori al giorno, quasi 414mila l’anno. Più di quanto sia mai accaduto dall’apertura della casa di Peggy Guggenheim, l’anno dopo la sua morte, nel 1980. Numeri da Biennale, per un piccolo museo. La Biennale d’Arte del 2015, firmata Okwui Enwezor, chiuse con meno di 100 mila visitatori in più e fu applaudita con 500mila presenze come una delle edizioni di maggior successo della storia. E che sia quest’aria di intimità a fare la fortuna di Palazzo Venier dei Leoni ne è certa la nipote di Peggy Guggenheim, Karole P. B. Vali, che è stata chiamata l’8 giugno alla guida della collezione che fu della nonna. La nomina, quasi inaspettata per le tempistiche, è arrivata dal direttore della Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York, Richard Armstrong, che ha congedato il direttore uscente, Philip Rylands, dopo 37 anni di servizio, con la medaglia di direttore emerito. Karole P. B. Vali arriva da New York. Dal 1997 è curatrice del Solomon R. Guggenheim, ha un passato italiano da archivista e ricercatrice al Centro Di di Firenze e studi in Inghilterra. In calendario, per il 2018, al museo guida di New York, ha in programma una retrospettiva su Alberto Giacometti. Della nonna Peggy, la nipote ha un inevitabile somiglianza fisica, taglio degli occhi e naso. L’altra mattina, sulla terrazza assolata di Venier Leoni che guarda il Canal Grande, presentandosi alla stampa, Karole P. B. Vail ha raccontato alcuni aneddoti che la legano alla storia del Palazzo e ha ripercorso episodi dell’infanzia trascorsa in compagnia di nonna Peggy a Venezia. Cortesia da padrona di casa, più che da direttore di museo, laddove la professionalità coincide con la sprezzatura, dando il limite, per così dire, tra l’eleganza e la diplomazia.
Come ha accolto la nomina della guida al museo che fu di sua nonna Peggy?
«Dal punto di vista personale, è una cosa meravigliosa tornare a Venezia. Ma lo è ancora di più dal punto di vista professionale. Da vent’anni sono curatrice al Guggenheim di New York, dove ho maturato una lunga esperienza. Torno da direttrice del museo: è stata un’occasione da non perdere».
In entrambi gli aspetti, una sorpresa?
«Un sogno che si è realizzato».
Il legame familiare la condiziona?
«Il fatto che la Collezione sia la casa della nonna è naturalmente incredibile. Ma questo si traduce anche in un enorme senso di responsabilità che non prenderò alla leggera. È un impegno di cui sono pienamente cosciente».
Il programma della Collezione è già stabilito per quest’anno?
«È già stabilito all’incirca fino al 2018».
Ma ha già qualche idea?
«Naturalmente, ho cominciato a pensare a certe cose. Ma credo che sia importante continuare a puntare sulla forza di questa Collezione. Questo significa continuare a lavorare sugli artisti del Novecento. Vuol dire anche lavorare su artisti che forse sono meno conosciuti, ma che sono stati importanti per la Collezione Guggenheim. Ne è un ottimo esempio la mostra di Rita Kernn Larsen. Lavorare intorno alla Collezione, mi sembra un ottimo proposito».
Quali sono i valori che animano il museo e che porterà avanti?
«Professionalità dello staff, energia, ma anche un affetto per questo luogo. Si respira un’intimità in questo museo che è unica. Penso che questo sentimento si rifletta anche nel suo successo».
Il Guggenheim di Venezia tornerà ad aprire le porte ad artisti contemporanei e viventi?
«Vedremo quello che succederà. Ora è presto per indicare la direzione espositiva. Sono sicura che continueremo a organizzare mostre di alto livello».
Eppure, oggi, arte si dice in molti modi?
«Oggigiorno si può identificare l’arte con molti livelli e modi diversi perché le nostre culture si aprono sempre di più. Credo che quello che si faccia alla Peggy Guggenheim è un’arte eterna. Non è contemporanea, né classica, né storica. È semplicemente arte nella maniera migliore che si possa immaginare».
Marco Petricca

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