Amenità intorno alla divisione convenzionale della storia dell’arte

di - 10 Luglio 2000

Nei programmi dei corsi di studi superiori, la disciplina della “Storia dell’arte”di epoca postclassica è per lo più suddivisa in tre parti: storia dell’arte medievale, moderna e contemporanea. Tale schematizzazione è convenzionale, serve a identificare fondamentali momenti storici nei quali sono occorsi eventi che hanno trasformato la cultura e il modo di pensare della società occidentale (la fine della classicità, l’insorgere delle signorie, la rivoluzione francese, la restaurazione e la nascita degli stati moderni).
Il concetto di “contemporaneità” è di nascita recente, si istituzionalizza intorno alla metà degli anni ’70 con la diffusione dei corsi di arte contemporanea (appunto) negli atenei, grazie anche al lavoro di Venturi di qualche decennio prima. Tale aggettivo ha sostituito espressioni come “art vivant”, “avanguardia”, “arte attuale”. Ad ogni buon conto è chiaro che ormai storiografia, critica e didattica hanno scelto che l’aggettivo “moderno” debba indicare il periodo che precede il XIX sec. nonostante che, a livello semantico, la radice latina “modo=ora” si ribellasse a questo confino.
L’espressione “Arte contemporanea”, tutto sommato, è servita alla causa in due modi: da un lato ha permesso di far iniziare gli sviluppi artistici recenti dai primi decenni dell’’800 (e ciò è servito a suffragare le teorie dei critici del ‘900, che hanno visto nell’opera di Cézanne i segni originari di tutta l’evoluzione artistica del ‘900), dall’altro ha dato licenza di baloccarsi con l’ambiguità di tale aggettivo che poteva essere piegato con comodità a significare “ciò che si verifica nello stesso tempo” oppure “ciò che si riferisce all’epoca attuale, al presente” (le implicazioni delle due opzioni sono evidenti); e questo senza compromettere l’origine latina del termine (“cum + tempus”). Oggi siamo finalmente liberi dall’empasse di considerare appartenente al nostro periodo storico-artistico l’arte del XIX secolo, e possiamo perciò distinguere tra arte dell’800 e arte del ‘900, stando però che, negli atenei, si continuerà a lungo ad insegnare l’arte contemporanea a partire dall’impressionismo.

Si dirà che ciò che è stato detto finora è una amenità senza soluzione, che è discorso non suffragato dal resoconto del dibattito sviluppatosi da Ruskin a Croce, da Venturi fino ad A.B.O. e Barilli. Ebbene chiedo venia per la trascuratezza, solo in parte giustificata dai limiti editoriali. Mi sia consentito di riabilitarmi un poco con alcuni esempi che significano la diversità di punti di vista sull’argomento, sperando di dimostrare che la divisione convenzionale è tuttaltro che con-divisa.
Barilli, ne “L’arte contemporanea” specifica, nel sottotitolo, che la trattazione riguarderà il periodo storico “da Cézanne alle ultime tendenze”, spiegandone i motivi nella prefazione, dove critica anche la scelta della collana dei Fratelli Fabbri “Arte moderna” che tratta i fatti artistici degli ultimi ottant’anni. Crispolti invece, nella premessa alla seconda edizione del suo “Come studiare l’arte contemporanea”, pur ammettendo le difficoltà che ormai crea una periodizzazione troppo “datata” come quella attuale, finisce per riferire il termine “contemporaneo” all’arte che va dagli ultimi due decenni del XIX sec. ad oggi, con uno scarto di circa 20 anni rispetto a Barilli. Santagata, in “Simbolo e merce”, parla di contemporaneo prendendo le mosse dalla fine degli anni ’20. Il Giornale dell’Arte, per parte sua, pubblica tre inserti (Arte antica, Arte dell’800 e Arte contemporanea) dove l’antico è trascinato fino alle soglie dell’’800 (e, dunque: il barocco è “antico” o “moderno”?), mentre il contemporaneo inizia solo col ‘900. La bellissima rivista Tema Celeste riporta nel sottotitolo la specifica “arte contemporanea”, e tratta solo l’arte degli ultimi decenni. La Galleria d’Arte Moderna di Bologna progetta quasi esclusivamente esposizioni di artisti del XX sec., come fanno quasi tutti i musei d’arte contemporanea. Va forse meglio a Flash Art che, dichiarandosi “la rivista d’arte più letta d’Europa”, salta a piè pari, grazie al suo prestigio, ogni classificazione.

Alfredo Sigolo

[exibart]

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