Coscienza critica o corporazione?

di - 12 Ottobre 2015
Una cosa è certa, l’incontro di Prato ha sancito attraverso una rappresentanza, apparentemente occasionale, l’ingresso di un soggetto collettivo che consapevolmente rivendica un bisogno di appartenenza. E alla luce delle diverse proposte e contestazioni, non è difficile riconoscere che stiamo parlando di una corporazione; lo conferma anche l’indicazione dei destinatari, cioè le Istituzioni, gli Apparati dello Stato. Infatti sappiamo che una corporazione può esistere solo se riconosciuta e legittimata da altre corporazioni o lobby che occupano una posizione di supremazia e dunque di controllo.
Per lo stesso motivo l’autonomia di una corporazione, che non può non dotarsi di strumenti immunitari se vuole conservare il proprio assetto, non entra mai in collisione con i dispositivi di chi la legittima.
Il punto non è riconoscere o meno la propria appartenenza a una corporazione, io stesso avrei difficoltà a dimostrare la mia totale estraneità. La vera difficoltà si presenta quando cerchiamo di risalire alle ragioni del suo mandato e sulle forme che assume per soddisfarlo. Quando ci si accorge che per far valere le ragioni identitarie di una corporazione o nel reclamarne i diritti, non si ha altra scelta che accettare di essere impegnati come forza e come economia, pur di far massa. Quindi, di cedere le nostre individualità in cambio di un’impersonale presenza. Da qui si può risalire, per chi sa interpretare le logiche del potere, al passaggio dal modello disciplinare a quello della prestazione. L’offerta di coralità, di partecipazione condivisa, produce, come sappiamo, una forza attrattiva che viene però impegnata a favore di una prestazione collettiva coatta, vanificando ogni necessità di agire soggettivamente.
Per non dire che qualsiasi rivendicazione nei confronti delle corporazioni dominanti, non potendo superare i confini stabiliti dalle condizioni su cui si è fondata la loro relazione, è destinata a misurarsi solo sul terreno di un compromesso.

Non credo che per gli artisti o gli intellettuali sia una grande conquista. Peggio quando con questi stessi requisiti, qualcuno invoca l’urgenza di un gesto rivoluzionario.
Forse qui troviamo le ragioni di alcune riserve che sono state espresse a Prato rispetto alle modalità e alle strategie da adottare, effetto che si va a sommare all’eterogeneità delle forze in campo, soggetti agguerriti, con una visione più complessa e strutturata, e altri che si sono limitati a impegnare soltanto il loro candore. Anche se non sappiamo mai quanto l’innocenza sia costruita sull’ignavia.
Lo stato di contingenza e transitorietà di una crisi implica che un’eccezione possa agire al proprio interno rendendo possibile un trapasso da un assetto all’altro.
Ma non tutte le crisi ci permettono di individuare l‘eccezione che potrebbe risolverle, per non dire che a volte non siamo nemmeno di fronte a una crisi, ma al formarsi di una coscienza critica che semmai prende atto di una condizione sfavorevole, negativa, tutt’altro che transitoria anzi pervicace e costante. Credo che questa sia la realtà che abbiamo oggi di fronte quando parliamo dello stato dell’arte e della cultura. E ritengo fuorviante e dannoso assimilare tale condizione alla crisi oggettiva dei mercati, della finanza e alla loro ricaduta sullo stato sociale; la qualità del pensiero è disgiunta dal benessere quanto dal bisogno.
Ogni tentativo di omologare lo stato della cultura alla crisi economica non solo, tende a disperdere o mascherare le singole ragioni, ma allo stesso tempo produce l’illusione che solo attraverso l’impiego di determinate modalità – economiche – e non altre si possano raggiungere gli obiettivi sperati.
Se, in sintesi, in un clima afflitto dalla produzione di modelli virtuali di condivisione ispirati e sostenuti dalle tecnologie della comunicazione, le garanzie di libertà del soggetto di fatto si traducono nell’isolarlo dal compito inemendabile dell’esperienza, la produzione di ogni forma di aggregazione, all’interno di questa logica, non può che incrementare le ragioni di assoggettamento ai dispositivi del potere.

Pertanto proporrei di fondare un Istituto, attingendo il senso e la vocazione proprio dalla sua stessa definizione letterale: ciò che si è stabilito di fare. Dunque ciò di cui già si è deciso e che non lascia nulla fuori di sé, nulla oltre ciò che è già stato stabilito. E se ciò che è già stato stabilito non può che essere un passato, quanto andremmo a fare sarà espresso solo dalla possibilità di quel passato. Ma, se rispetto a cosa fare l’unica certezza è garantita da un passato, a noi non resta che chiederci come e quando. Gli artisti da sempre si sono impegnati a rispondere a quel come, lasciando ai filosofi il chi o il perché, e a chi non pensa, a chi si esonera dalla responsabilità di pensare, la facoltà di appellarsi all’autorità del potere che da sempre attraverso i saperi garantisce la propria assistenza in cambio di un vigile controllo.
Il quando non avendo un luogo né una provenienza e né una scadenza rientra in quell’apprensione che attiene al sentire e che, dunque, solo il pudore può accogliere, quello stesso pudore che riserviamo alla nostra intimità.
L’Istituto avrà il compito di accogliere artisti, intellettuali per misurare le loro intelligenze intorno a ciò che si è stabilito di fare, sviluppando, appunto, le ragioni delle modalità, della maniera, quindi del come ogni singolo soggetto assume su di sé la responsabilità del pensiero.
E ancora, di sviluppare quell’attitudine all’inoperosità che da sempre ha garantito all’arte la potenza di dire che la salva da ogni obbligo non ultimo quello di parlare in nome di. Che si oppone al non potere, alla negatività del divieto contenuto nelle regole della società disciplinare, ma che altrettanto si riserva, in quella potenza, la possibilità di non agire.
P.F.

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  • C'è un problema di ruolo dell'artista, ossia: l'artista oggi è debolissimo, perché le opere sono debolissime e il suo ruolo non ha alcun riconoscimento. Questa è la grande contraddizione del forum e di qualsiasi ragionamento sistematico sull'arte. Potremo dire che i veri artisti sono i promotori del forum. Ossia l'artista come catalizzatore, innescatore, PR, manager, ecc. ecc. Viviamo una sovrapproduzione tale di opere e contenuti che oggi l'artista non è più quello che crea. Tonki è una delle operazioni artistiche più interessanti degli ultimi anni. E tonki, per chi lo conosce, non propone nulla, perché c'è già troppo. Propone un modo per trattenere qualcosa.

    L'artista sopravvivere deve diventare un operaio delle pubbliche relazioni, e proporre opere standard e omologate come un burocrate delle creatività. Il critico-curatore diventa una sorta di regista che però non propone un'opera unitaria. Se aggiungi a questo la debolezza dell'artista il risultato è un vuoto (Expectation, Mart, Rovereto, 2009). Infatti parliamo di forum, biennali, mostre, ma mai delle opere! E se ne parliamo lo facciamo in termini descrittivi e non argomentando luci e ombre. Io l'ho fatto negli ultimi anni e sono visto come un lebbroso. Per questo la nostra prima proposta concreta, che presto verrà sottoposta al forum, sarà un nuovo programma di formazione degli artisti (1). Insieme a questo problema troviamo l'assenza di un valore condiviso dell'arte contemporanea (e forse anche per l'arte antica c'è una retorica..). Questo fà sì che il pubblico del contemporaneo in italia sia formato solo da addetti ai lavori e pochi curiosi distratti, smaniosi di saltare sul gonfiabile di Tomas Saraceno (effetto luna park per adulti, vedi biennale, vedi expo). Per tanto la nostra seconda proposta è quella di un nuovo programma per la formazione del pubblico (2).
    Quando parlo di "formazione", sia per il pubblico che per gli artisti, non intendo didattica o educazione. Intendo creare un nuovo "spazio di opportunità" dove, per il pubblico, potersi interessare e appassionare e per gli artisti formarsi tramite gli stimoli giusti. Il primo passo è formare i formatori: ossia coloro che in tutta italia dovranno creare questo spazio di opportunità per pubblico e artisti. Stiamo già pensando ad una residenza in questo senso con un importante Fondazione italiana.
    Le azioni sono due e da fare contemporaneamente: da una parte coinvolgere nuove fette di società per avere finalmente il supporto della politica; e, contemporaneamente, dare una scossa alla formazione artistica affinchè questo valore condiviso si possa basare su contenuti di qualità.
    Luca Rossi

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